Il resto del mondo Aprile 2007
Il "resto del mondo"
La scuola in Cina
di Stefano Vecchia
La notizia che il governo della Repubblica Popolare Cinese da questa primavera abolirà gradualmente le spese scolastiche per 150 milioni di studenti va ancora una volta inquadrata e letta nel contesto di un paese in convulsa crescita, dalle dimensioni continentali e dal sempre maggiore ruolo internazionale. Ma per la dirigenza di Pechino, il provvedimento definito dal governativo China Daily «parte di uno sforzo più grande per alleviare il fardello finanziario dei contadini e sviluppare una nuova Cina rurale» ha soprattutto il senso di accorciare il divario tra le floride regioni costiere e le province più povere dell’interno avendo sullo sfondo l’incubo delle rivolte contadine. Va subito sottolineato che, tra i non pochi paradossi del grande paese asiatico, accentuate dal suo «socialismo di mercato», il sistema scolastico di base, pur obbligatorio, non è mai stato gratuito. Inoltre, la necessità di sollevare le famiglie dal pagamento di una retta di circa 15 euro all’anno per studente (pari a un mese di reddito nella Cina profonda e all’acquisto di un videogioco originale in quella del boom) rende in pieno le contraddizioni della nuova Cina. La prima fase del programma, quella già ora in applicazione, riguarda 50 milioni di studenti delle province occidentali, tra le più povere del paese. Dal provvedimento complessivo, che peserà sul bilancio per l’istruzione per circa 1,5 miliardi di euro, saranno tuttavia esclusi i figli delle famiglie emigrate dalle campagne nelle città del benessere. In teoria, i cinesi usufruiscono di un’istruzione gratuita o semigratuita dai 6 ai 15 anni d’età, ma nella realtà molto spesso le scuole a corto di fondi e le autorità scolastiche locali chiedono un supplemento di retta e di tasse. Al punto che queste, seppure modeste finiscono con l’incidere notevolmente sul magro reddito delle famiglie rurali, in media equivalente nel 2004, secondo l’Ufficio nazionale di statistica, a meno di 300 euro all’anno. Oltre i proclami ufficiali, e in modo sempre più aperto, dietro a questo provvedimento – come per altro il riconoscimento della proprietà privata stabilito nel Congresso nazionale del popolo nella riunione dello scorso mese di marzo – sta il tentativo di contenere un’insoddisfazione crescente delle campagne che da un lato hanno davanti il miraggio costante dei centri costieri e di alcune maggiori città dell’interno beneficiate dalla politica del governo e dall’intraprendenza dei loro abitanti (incoraggiata da ampie disponibilità di capitali), dall’altro subiscono più di queste corruzioni, abusi ed espropri delle terre per ragioni spesso di interesse personale di amministratori pubblici e quadri del partito. Nel tentativo di costruire una «società armoniosa», le autorità hanno promesso nuove politiche mirate proprio ad alleviare le difficoltà della realtà rurale, tra cui l’abolizione delle tasse scolastiche. Esiste, comunque, un problema legato alla struttura stessa del sistema educativo cinese e ai suoi contenuti. Non sono pochi ad esprimere malumore e voglia di rivalsa in un paese in cui il troppo rapido benessere di alcuni e impoverimento di molti viene sempre più imputato alla classe dirigente e da essa alla perdita dei valori tradizionali. Nei quali dovrebbero rientrare buon governo, magnanimità, onestà ed equanimità: princìpi troppo spesso ridotti a editti vuoti di significato nella Cina dei record. E così ci si ricorda di Confucio, Maestro Kong. «Negli ultimi 150 anni la Cina ha abbandonato i propri valori per seguire un processo di occidentalizzazione» dichiarava qualche tempo fa il professor Kang Xiaoguang, consigliere politico dell’ex primo ministro Zhu Rongji. «Confucio offre valori tradizionali che possono aiutarci a ricostruire livelli morali e sociali soddisfacenti». Peccato che l’opera di questo erudito (551-479 a.C.), ascoltato e a volte perseguitato dai sovrani durante il suo peregrinare per tutta la Cina, sia stata colpita, due secoli dopo la scomparsa, da una proscrizione che durò fino allo spegnersi della Rivoluzione culturale (1966-1976). Il confucianesimo è stata la filosofia portante della storia cinese, un sistema di idee che definisce l’individuo come parte della società che contribuisce a migliorare col proprio impegno. Una filosofia che si basa sulla convinzione che la nobiltà non sia per nascita (e con essi i privilegi e il benessere) ma sia conseguenza del costante sforzo di miglioramento dell’individuo in una società fondata anzitutto sul rispetto dei ruoli. È così che Confucio torna oggi di moda. Maestro Kong, che ha di fatto segnato la teoria e la pratica del governo e dei rapporti sociali in Cina dall’Impero alla Repubblica Popolare, riappare sui banchi di scuola, sugli scaffali delle biblioteche e nelle vetrine delle librerie, torna ad essere citato dai vertici della Repubblica Popolare come un tempo dai mandarini dell’impero. Perdendo la poco gloriosa etichetta di «promotore di arretratezza feudale», in un paese dove tutto cambia e niente cambia, Confucio finisce per rafforzare la resistenza verso l’invadente e per diversi aspetti pericolosa cultura occidentale. Incidentalmente, però, finisce anche con il ricordare ai cinesi che se il comportarsi correttamente consiste nello svolgere onestamente il proprio ruolo e nel rispettare quello degli altri, troppi nella nuova Cina derogano da questi principi. La scuola oggi e ancora più nel futuro ha e avrà un ruolo determinante, non solo nella preparazione al confronto e alla sfida con il mondo esterno, ma anche nel ridefinire principi culturali, etici e morali condivisi. Quasi scomparsi gli analfabeti, ma s’impara ancora a memoria Oggi, solo il 12% della popolazione della Repubblica Popolare Cinese non è in grado di leggere o scrivere agevolmente (il 6% considerando solo i giovani e i cinesi di mezza età), ma alla data della proclamazione della Repubblica (1949) circa l’80% della popolazione era analfabeta o semi-analfabeta; soltanto il 4,76% dei cinesi frequentava una scuola. Un progresso eccezionale, dunque, ma che al di là dei dati numerici mostra anche alcuni limiti. Un elemento profondamente radicato nella mentalità cinese è che la conoscenza sia un bene supremo e che con una corretta educazione sia possibile migliorare la propria condizione e raggiungere la prosperità. Da sempre gli esami sono serviti a misurare il livello di conoscenza e ancora oggi sono uno strumento considerato indispensabile, seppure spesso criticato e oggetto di frequenti riforme. Si può dire che essi siano visti, più che come strumenti per raggiungere le migliori posizioni lavorative, come chiave per il passaggio ai livelli superiori d’istruzione e di accesso alle scuole più prestigiose. In un certo modo, tutto il sistema educativo è finalizzato agli esami e non alla preparazione al mondo del lavoro. Questo (e anche l’accento messo per decenni sul valore superiore dell’impegno politico e ideologico, applicato possibilmente a una carriera nel Partito comunista o nella pubblica amministrazione) spiega la relativamente scarsa propensione per i cinesi verso gli studi tecnici e professionali. L’influenza occidentale, in particolare del sistema educativo di tipo anglosassone, sta ora portando all’inserimento di nuove materie d’insegnamento e a corsi di studio non immediatamente finalizzati agli ambiti d’impiego tradizionali per diplomati e laureati, ma è un processo lento. Agli studenti, conformismo e memoria erano richiesti un tempo; impegno e memoria sono richiesti oggi. Questo a scapito di elaborazioni astratte, d’indipendenza di pensiero e d’innovazione. Insomma, dai college e dalle università cinesi continuano ad uscire ottime copie degli insegnanti, ma non cittadini consapevoli e ancor meno professionisti preparati alle grandi sfide che la Cina ha di fronte.
©Cem Mondialità
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