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Il resto del mondo Aprile 2007

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   Il "resto del mondo"

Perché non vado ai cortei pacifisti
Cosa vuol dire essere davvero contro la guerra

di Francesco Maura

Oggigiorno le discussioni su temi come la guerra, l’interventismo, il pacifismo riempiono ogni tipo di rivista, dai giornali più «illustri» ai magazine più commerciali come Vanity Fair.

L’Italia, fin dalla prima guerra mondiale, ha sempre avuto un forte movimento pacifista. Dalle missioni militari all’estero fino alle basi USA la questione pacifista si è sempre riproposta sullo scenario politico italiano. Nessuno però fino ad oggi mi ha saputo dare una risposta decente alla domanda: Cosa vuol dire oggi essere pacifisti?

Visto che dai «leader» dei movimenti non ho ancora ricevuto spunti degni di nota, proverò a esprimere ciò che per me è il pacifismo.

Sicuramente essere contro la guerra. Non solo contro le guerre che vanno in etere o che vivono nei nostri schemi ideologici, ma contro tutti i conflitti. Quello che vedo troppo spesso nei movimenti pacifisti e nei loro cortei, non è tanto una ricerca di pace, ma un antagonismo contro alcuni protagonisti dei numerosi conflitti globali. Stati Uniti e Israele (seguiti dall’Inghilterra) sono senza dubbio i più bersagliati. La critica verso l’azione di questi stati è, in alcuni casi, più che giusta, ma se questa diventa ideologica o quasi «teologica», il movimento pacifista rischia di diventare un movimento antagonista anti-USA e anti-Israele.

Se in un conflitto bellico la gente fa il tifo o simpatizza per una fazione, che pace si può auspicare?

Il confine sottile tra il criticare e il tifare è stato più volte superato. Per queste ragioni non sono più andato a un corteo per la «pace». Perché non è un vero corteo per la pace, ma è troppo spesso un corteo solo antagonista. In un corteo per la pace non dovrebbe esserci solo la bandiera della Palestina o dell’Iraq. Dove sono le bandiere del Kurdistan? Del Sudan del Sud, del Biafra, della Cecenia ecc.? Dove sono gli sfottò o gli insulti a tiranni criminali come Ali Khamenei, Hu Jin Tao, Mugabe, Bashir, Putin, Mullah Omar, Nasrallah, Erdogan e molti altri? Durante le manifestazioni vedo solo slogan di un certo tipo e a «senso unico». La divisione buoni-cattivi è troppo semplice per un vero pacifista che deve andare oltre le semplificazioni.

Coloro che si dichiarano pacifisti si appellano alla «non violenza» come soluzione dei conflitti. Mi chiedo se queste persone sanno che la non violenza ha funzionato solo in certe situazioni particolari (ad esempio sotto il governo britannico). La non violenza purtroppo non può essere un modello universale. Durante la guerra civile algerina quando il GIA e il FIS sgozzavano villaggi interi con donne e bambini, la non violenza avrebbe funzionato? Quando gli Hutu tagliavano le teste a un milione di tutsi o quando i ceceni di Grozny venivano bombardati con il gas nervino russo, la non violenza sarebbe servita? È servita la non violenza in piazza Tienamen e nelle migliaia di piazze cinesi meno note?

Non voglio assolutamente difendere la politica di Bush o chicchessia, anzi, è giusto criticarla, rimanendo però nella razionalità. Se si parte dall’idea che ciò che è a stelle e strisce è sbagliato, allora non si potrà mai ragionare. Senza ragionamento non c’è dialogo e senza dialogo non c’è la pace.

Per questi motivi sopra elencati non partecipo più alle manifestazioni studentesche o nazionali per la pace in Medio Oriente o nel mondo, ma cerco altre vie, prima di tutto quelle del raccogliere e diffondere informazione.

Spero che un giorno tutti riescano a liberarsi dei paradigmi storici del buono e cattivo ed entrino nel vero mondo, pieno di guerre e di atrocità incredibili. Solo così si potranno fare delle vere e concrete manifestazioni per la pace e per il dialogo.

©Cem Mondialità

 
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