La pagina di... Rubem Alves Dicembre 2007
La pagina di... Rubem Alves
Cosa fareste? (seconda parte)
Rubem Alves
La crudeltà non è qualcosa che esiste solo nelle camere di tortura. La si pratica anche con le parole. Ci sono parole crudeli che spengono la tenue fiamma della speranza. Ed è questa fiamma di speranza che fa lottare il corpo contro la morte. Quale nome dovremmo dare a chi uccide la speranza? Mi ricordo di ciò che ha detto Gesù, che chi ha fatto del male ad uno dei suoi piccoli, dovrà pagare per le parole che ha pronunciato. E ha aggiunto: «Meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino e fosse gettato in mare». Secondo me, un medico che usa le parole in questo modo è un traditore del giuramento di Ippocrate, nel quale egli ha giurato di non commettere mai alcuna azione che possa nuocere ai suoi pazienti. Chiedo allora a voi, medici e amici, professori, modelli da imitare, responsabili della formazione dei nuovi medici: qual è il posto, nel piano di studi di medicina, dove vengono insegnate tante cose difficili, per una meditazione sulla compassione? È nella compassione che inizia l’etica, non nei libri di etica medica. Ah! Diranno i responsabili del piano di studio, la compassione non è una cosa scientifica. Non riguarda la descrizione di casi clinici. Non può essere comunicata nei congressi. Perciò, non ha dignità accademica. Certo. Ma succede che noi non siamo automobili da far riparare da esperti meccanici. Siamo esseri umani. Amiamo la vita, vogliamo vivere. Soffriamo per i dolori fisici e per quelli dell’anima: la paura, la solitudine, l’impotenza, la morte. Ma non c’è riparazione possibile per come si è comportato quel medico. Una volta inferta, la ferita sanguina. Le parole, una volta pronunciate, non si possono ritirare. I semi della sofferenza sono stati piantati. E crescono… Purtroppo azioni come quella che ho descritto godono dell’impunità. Bisognerebbe prendere qualche provvedimento per impedire che tali individui, protetti dalle loro lauree, continuino a impunemente a compiere atti di grande crudeltà. Propongo che venga creato un numero verde per le denunce. Gli umiliati e i feriti non devono tacere. Perché, se non denunciano i fatti, ciò che è successo a loro continuerà a succedere ad altri. . I giovani dovrebbero imparare che, quando diventeranno medici, non faranno solo difficili operazioni chirurgiche o sofisticate terapie, ma si prenderanno cura di esseri umani. Il corpo umano è un’entità sacra perché vi abitano la sofferenza e la volontà di vivere. Ricordo la dottoressa Vilma Cloris de Carvalho, docente di anatomia all’Unicamp(Universidade Estadual de Campinas, Brasile), che alla fine dell’anno accademico faceva dire nel Dipartimento di anatomia una «Messa del cadavere». Si trattava di una liturgia commovente (a cui ho partecipato diverse volte) intesa a ricordare ai suoi studenti, che per mesi erano stati a contatto con «pezzi» del corpo umano, che quei «pezzi» erano stati parte di un corpo vivo, che aveva riso, pianto, scherzato, fatto l’amore. Penso che la mia cara amica Vilma abbia meritato il titolo di professore emerito dell’Unicamp, quale esempio di competenza scientifica e di compassione medica. In alternativa, propongo che i suoi colleghi ed ex studenti piantino un albero in suo onore davanti all’entrata del Dipartimento. Parteciperei senz’altro alla cerimonia. Chiedo a voi lettori: se voi foste il marito nella vicenda che ho raccontato, cosa fareste al medico della «fiaba»? Io farei quello che fareste voi.
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