Editoriale Dicembre 2007
Editoriale
La voce del silenzio
Brunetto Salvarani
Il silenzio? Cos’è il silenzio? Ma esiste ancora, dalle nostre parti? Mentre si avvicina la fine dell’anno, quando siamo chiamati istituzionalmente a fare chiasso per chiudere con le cose vecchie che vogliamo abbandonare al passato, mi vengono in mente delle domande curiose… Il fatto è che oggi, mi pare, abbiamo paura del silenzio: il quale ci mette a nudo ed in crisi, costringendoci a rivedere le nostre (presunte) certezze. Siamo quotidianamente ingabbiati in un’atmosfera perenne da circo Barnum di rumori assordanti (esteriori ed interiori) i cui effetti ricadono sull’intera nostra giornata-tipo, spesso vuota ed incapace di prestare ascolto a ciò che richiederebbe invece un’attenzione vigilante. Saturi di informazioni ed eccitati da impressioni molteplici ed eterogenee, l’unica difesa rimastaci è il renderci poco a poco indifferenti a tutto, o addirittura cinici. Se bighelloniamo per le vie di una città qualsiasi, milioni di parole, suoni, immagini, colori, cercano con ogni mezzo di calamitare la nostra attenzione. Ed il silenzio, che è indispensabile all’ascolto, inquieta perché lo percepiamo come passività e patologia dell’esistenza, in cui ci capita magari di finire ma da cui vorremmo uscire al più presto, come dal buio o dal nulla. Già Pascal alcuni secoli fa, del resto, aveva intuito che la maggior disgrazia per gli uomini deriva dal loro non saper stare in silenzio e in solitudine neppure per un’ora: il silenzio, infatti, è il principio da cui è generata la parola, ciò che le conferisce reale autorevolezza. Certo, per sperimentare la fecondità del silenzio occorre essere consapevoli delle ambiguità che esso reca con sé. C’è infatti anche un silenzio chiuso, impermeabile alla comunicazione, gestito come ostilità e strumento per creare distanze: in tal caso esso diviene un muro, una fortezza che respinge quanto incontra. Sì, anche il silenzio è un linguaggio, e come ogni linguaggio ha risorse nascoste che possono essere messe al servizio tanto della comunicazione quanto della chiusura all’altro. Il mutismo non è silenzio: che è, invece, nella sua accezione migliore, non lasciarsi distrarre, restare sempre in comunione con le cose, con l’altro, con la realtà. Questa ambiguità fa sì che molti lo concepiscano come una condanna imposta loro da altri che si rifiutano di ascoltarli: in tal caso il silenzio si fa spazio di disperazione, mancanza di elementi vitali, fino a morirne come si muore di fame o sete, di fatica o dolore. Chi infatti è solo, depresso, isolato nell’angoscia, è avido di indizi di senso, cerca una voce conosciuta, insegue qualsiasi cosa che spezzi la monotonia delle 24 ore cui si vede inesorabilmente condannato. A volte chiamiamo silenzio il tacere di chi si trincera dietro il rifiuto di comunicare, la chiusura di chi non può o non vuole parlare della sua sofferenza, il quotidiano negarsi all’altro anche nell’intimità familiare, il progressivo smarrimento della fiducia reciproca: sono i piccoli e grandi silenzi di morte. Ma non è di questo che abbiamo bisogno: quello cui dovremmo aspirare è lo spazio in cui ridestare la nostra personalità, la condizione per porci le domande essenziali e trovare le risposte da cui dipende il sugo della vita, ciò che possiamo (ancora) sperare. Alle domande cruciali di sempre - chi siamo? da dove veniamo? dove stiamo andando? - si può rispondere solo educandoci al silenzio, coltivando una vita interiore autentica, perché - al di là delle scelte di fede che compiamo o non compiamo - esistono verità inespresse e inesprimibili che solo così saremo capaci di percepire. A mo’ di augurio per l’anno nuovo che si va ad aprire, alla fine del quarantesimo compleanno della nostra rivista ed in vista di un’auspicabile rivincita del silenzio, ecco gli ultimi versi di una vecchia (e bella) canzone di Francesco Guccini, Nostra Signora dell’Ipocrisia, dedicati alla crisi del nostro Paese e alla chiassosa volgarità imperante allora (allora?): «Poi tutto tacque, vinse ragione/ si placò il cielo, si posò il mare/ solo qualcuno in resurrezione/ piano, in silenzio, tornò a pensare».
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