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A scuola e oltre Dicembre 2007

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Rita Vittori   Ragazze e ragazzi

Di che genere sei?

di Rita Vittori

Sono maschio o sono femmina? A queste domande ormai i bambini fin da piccoli sanno rispondere: conoscono presto come si riconosce un maschio da una femmina, quali sono i loro attributi sessuali per distinguerli, parlano in modo più disinibito di fidanzamenti, amori e tradimenti. In qualche modo la nostra generazione è riuscita a far passare il messaggio che la differenza sessuale fa parte della vita e pertanto se ne può parlare come di un fatto normale.

Ovviamente le caratteristiche delle loro personalità non seguono più gli stereotipi di un tempo, possiamo ormai dire quelle del secolo scorso: accondiscendenza e gentilezza per le femmine, coraggio e volitività per i maschi. Un tempo le madri giustificavano i comportamenti prepotenti del figlio con «È un maschio…», mentre molti padri ne erano intimamente soddisfatti, perché questo rappresentava una garanzia che nel futuro il figlio non avrebbe subito angherie o ingiustizie.

Per contro si lodavano le bambine tranquille, accomodanti e sempre ubbidienti: ciò avrebbe facilitato il futuro matrimonio, nell’ambito del quale, si diceva, occorre una buona capacità di adattamento. Il modello intrinseco parlava di una superiorità maschile sulle donne in termini di intelligenza, capacità di realizzazione, ecc.

Ma dagli anni ‘70, in seguito alle lotte femministe, questi modelli sono stati messi in crisi e nuove generazioni di famiglie hanno impostato in modo meno standardizzato l’educazione dei figli, sia maschi, sia femmine.

Abbiamo assistito a grandi cambiamenti, perché i figli non venivano valutati in base al sesso, ma in base al fatto che fossero persone, con funzioni e ruoli anche socialmente intercambiabili. E così, abbiamo visto e vediamo ancora oggi, padri che accudiscono teneramente i figli e madri che impongono regole in modo ferreo. Come dire, che in una famiglia le funzioni non cambiano, ma vengono assunte ora da una figura ora dall’altra: i padri possono finalmente sviluppare anche l’affettività nei confronti dei figli, le madri anche l’autorevolezza. Questo dinamismo nelle funzioni paterne e materne determina anche una plasticità nelle identità sessuali, non più relegate a comportamenti rigidamente codificati.

Le differenze di genere

Ma oggi quali sono le differenze di genere messe in evidenza dalla psicologia?

Negli anni ottanta venne intrapresa una poderosa ricerca, a cura di Maccoby e Jacklin, che ha messo in evidenza come non si tratti di differenze rispetto alle prestazioni cognitive, bensì riguardo al modo di porsi nei confronti del mondo. Si è arrivati cioè a supporre una diversa modalità di relazionarsi con il mondo circostante.

 
Ne è emersa un’immagine femminile in cui le donne:
  1. pensano globalmente
  2. sono intuitive
  3. sanno comunicare
  4. sanno leggere le emozioni degli altri
  5. scelgono principalmente mestieri sociali
  6. sanno comprendere e accudire
  7. sanno comandare

Sembra che le donne riescano ad affrontare i problemi con un pensiero a rete, ad affrontare le questioni in una prospettiva più ampia e ad affrontare meglio l’ambiguità, rivelando maggiore elasticità mentale. Gli uomini privilegiano lo status, le donne in genere sono più attente alle relazioni. Lo stile decisionale di molte donne si basa sulla condivisione del potere, sul coinvolgimento delle arti, sulla collaborazione.

Rispetto al linguaggio, il loro stile privilegia non tanto il racconto delle cose avvenute, ma sono più attente ai vissuti interpersonali, alle attese, ai sentimenti, ai desideri propri e degli altri.

Sanno decifrare più abilmente le emozioni sul viso delle persone, capire gli stati d’animo dai gesti e dalla postura del corpo, come anche dai toni. Hanno capacità di esprimere le emozioni e dare risposte empatiche, cioè di mettersi anche dal punto di vista dell’interlocutore in modo da assumere le esperienze dell’altro.

Diversi tipi di socialità

In un’altra ricerca in cui fu chiesto ad un gruppo di ragazzi e ragazze cosa contasse di più nell’esperienza del gioco, le ragazze hanno dato risposte quali: 1) giocare lealmente; 2) giocare il meglio possibile, mentre i ragazzi risposero nella maggior parte dei casi 3) battere l’avversario.

La vittoria passa in secondo piano rispetto a valori quali la lealtà nel gioco, l’impegno personale; mentre per i maschi il risultato giustifica anche comportamenti sleali. Quindi le femmine non disdicono la competizione ma non la intendono al di fuori di limiti etici, mentre nei maschi la vittoria rappresenta ancora un simbolo a cui ancorare il proprio valore.

Nel mondo femminile però esiste la rivalità, che attualmente viene interpretata come indice di svalutazione di se stesse: in altre parole, una donna cerca di svalutare un’altra donna se ha una cattiva opinione delle proprie capacità, se è meno soddisfatta della propria vita e vive il proprio corpo come estraneo a sé. In definitiva, quando le donne dubitano del proprio valore, dubitano del valore anche delle altre donne, con il risultato di rapporti fragili e conflittuali.

Anche il tipo di relazioni all’interno del gruppo differenzia i maschi dalle femmine: i maschi preferiscono rapporti tipo leader-gregario, mentre le femmine impostano rapporti più legati alla cooperazione, alla condivisione. Anche qui l’aggressività delle donne è legata alla percezione della svalutazione delle proprie capacità di essere all’altezza delle situazioni. Se per un uomo la lotta è per la leadership, per la donna è il riconoscimento del proprio valore.

I risultati di queste ricerche sono ancora parzialmente validi, nel senso che nel gruppo dei maschi e delle femmine in classe si possono ancora osservare queste dinamiche, ma con alcune trasformazioni in atto. I maschi, quando giocano hanno ancora bisogno di stabilire chi è il capo, ma anche nel gruppo delle femmine si stanno instaurando dinamiche simili: non si parla di capo, ma di dover fare ciò che una del gruppo vuole, senza mediazioni con le altre. L’arroganza passa attraverso la cultura dell’esaltazione dell’individuo sul gruppo, per cui i bisogni del singolo cercano a volte di prevalere su quelli collettivi, per cui sta diventando un tratto di personalità trasversale.

 

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