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Dossier Febbraio 2007

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Cenerentola: dove sta di casa oggi?

Alessandra Ferrario

«La moglie di un ricco si ammalò e, quando sentì avvicinarsi la fine, chiamò la sua unica figlia e le disse: “Bimba mia, sii sempre docile e buona, così il buon Dio ti aiuterà e io ti sarò vicina”. Poi chiuse gli occhi e morì. La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba della madre, piangeva ed era sempre docile e buona. Quando giunse la primavera, il padre prese di nuovo moglie. La donna aveva portato in casa due figlie, belle e bianche di viso, ma brutte e nere di cuore. Cominciarono tristi giorni per la povera figliastra. “Quella stupida oca – dicevano – dovrebbe stare in salotto con noi? Fuori, sguattera!”»

Avrete senz’altro riconosciuto in questo incipit la nota fiaba di Cenerentola, raccolta dai fratelli Grimm, insieme a molte altre tramandate oralmente, nell’opera Kinder und Hausmarchen (Le fiabe del focolare) del 1812.

Convinti che le fiabe, come i canti popolari e le leggende, rimangono vive nella tradizione perché espressione della sensibilità di un popolo, i Grimm si proponevano di creare un mezzo utile per l’educazione infantile, ma anche di potenziare il patrimonio culturale del loro Paese. Tradotte in tutte le lingue, Le fiabe del focolare ebbero una tale fortuna da diventare il libro della fanciullezza europea, e non solo.

Il fascino delle fiabe ha mosso negli anni anche la nostra ricerca educativa e l’ha spinta sempre più verso una direzione interculturale: dalla conoscenza di un popolo, al confronto tra i popoli. Nel gioco delle somiglianze e delle differenze, siamo andate alla ricerca di fiabe in giro per il mondo. E, nel nostro viaggio, ci è capitato spesso d’imbatterci in figure ricorrenti, simili tra loro per tratti o vicende.

Tra gli altri, Cenerentola è il personaggio che più ci ha fatto riflettere, anche perché ha smontato molte delle nostre presunte certezze. Anzitutto, la sua origine non è europea, come eravamo portate a credere, bensì asiatica. A riprova di ciò, basta pensare all’estrema piccolezza della scarpetta che la fanciulla perde: un dettaglio che fa riferimento alla consuetudine, attuata per secoli in Cina, di chiudere i piedini delle bambine entro un bendaggio costrittivo, per impedirne la crescita.

Paese che vai, Cenerentola che trovi, anche se con nomi e tipologie di vita differenti: in Indonesia si chiama Damura, in Vietnam Tam - Grana di riso, in Cina Ye Xian; è Natiki in una fiaba sudafricana scritta niente meno che da Nelson Mandela, mentre in Iraq è semplicemente «la figlia del pescatore». Identiche rimangono invece le caratteristiche personali e le condizioni sociologiche che definiscono il personaggio, facendolo assurgere a simbolo di vittima dell’ingiustizia e della discriminazione sociale.

Di fronte a una fanciulla bella, buona e abile, ci sono sempre una matrigna e delle sorellastre che, invidiose della sua superiore bellezza, la maltrattano. Cenerentola diventa la serva: il suo unico ruolo all’interno della famiglia – la comunità che più dovrebbe amarla – è segnato dal lavoro immotivato, imposto dalla crudeltà altrui. È la stessa famiglia a fare di lei un’esclusa a livello sociale, impedendole l’accesso ai momenti di socialità più significativi: il ballo per le nozze del principe, in Europa, quello per la luna piena, in Sudafrica; le feste dell’hennè in Iraq, del raccolto in Vietnam, della Grotta di Montagna in Cina.

In tutte queste fiabe l’esclusione si connota anche con un segno esteriore, riconoscibile da tutti: l’abbigliamento. Così, se alla nostra Cenerentola sono imposti una vecchia palandrana grigia come la cenere e un paio di zoccoli, anche le altre Cenerentole sono povere straccione, indegne di comparire in società. Non a caso, il soccorso magico che esse ricevono dagli aiutanti più disparati (siano uccelli, pesciolini, o addirittura Buddha) si concretizza anzitutto nel dono di abiti sontuosi, che possano ridare alla ragazza la dignità che le è stata tolta per disprezzo e invidia.

Approfondire a livello culturale il confronto tra le fiabe del mondo è stato un lavoro ricco e appassionante. Nell’analizzare le diverse storie, ci siamo convinte sempre più della loro attualità: le fiabe non sono semplici testimonianze di un tempo passato, bensì storie vive, capaci di dire qualcosa anche ai ragazzi d’oggi. Abbiamo così iniziato a definire un percorso educativo in grado di offrire a soggetti in crescita, strumenti di consapevolezza sulla formazione dell’identità e sullo sviluppo della personalità.

Bambini e ragazzi della scuola primaria, attraverso momenti di laboratorio e proposte didattiche incentrate sul sé, sono stati indotti a indagare riguardo a tematiche importanti:

  • la crescita, con tutti i cambiamenti e le trasformazioni che essa comporta;
  • le relazioni familiari, con le dinamiche nate dalle funzioni e dai ruoli qui presenti;
  • i meccanismi di inclusione/esclusione che applichiamo ai nostri comportamenti, a partire dal nostro gruppo di appartenenza, per allargare lo sguardo a orizzonti più ampi;
  • la dimensione sociale e culturale della convivenza e la visione del mondo che ne è sottesa.

Alcuni ragazzi hanno partecipato alla Festa dei Popoli, proprio lavorando sulle Cenerentole. Hanno riempito di contenuto lo slogan «Fiabe: un ponte tra culture», hanno scoperto la struttura comune a tutte le fiabe e hanno realizzato vivaci arazzi con le sequenze più significative di ciascuna storia. Il suggerimento per questa attività ci è venuto dal modello della tenture: tecnica espressiva del Benin, con valenza non solo artistica ma anche educativo-didattica.

Oltre a ciò, i ragazzi hanno cominciato a «dialogare» con Cenerentole e principi: dipingendo o rivestendo silhouette, hanno dapprima elaborato il proprio autoritratto, poi si sono posti domande e dati risposte sull’attualità dei due personaggi.

Nelle risposte su chi sono le Cenerentole e i Cenerentoli oggi, abbiamo scoperto che le ragazze legano il personaggio maschile con espressioni di emarginazione sociale (bambini abbandonati, persone che svolgono un lavoro pesante, poveri), mentre identificano con Cenerentola anche figure femminili positive, interne alle loro relazioni familiari (mamme, sorelle, zie), che le colpiscono per bellezza o doti morali. Le stesse qualità, accompagnate però da una buona occupazione, stanno alla base anche del percorso per diventare «principesse» oggi.In questo campo, tuttavia, i mezzi ritenuti vincenti da parte di maschi e femmine, sono quelli proposti dai media e dalla pubblicità: soldi, attenzione al look e all’esteriorità, fama e successo.

I ragazzi, inoltre, pensano che essere «principi» ai giorni nostri significhi anche avere la considerazione degli altri perché si possiede potere e ci si fa rispettare. Essi si considerano «principi» quando sono al centro dell’attenzione, accontentati in tutte le loro richieste; al contrario, si sentono Cenerentoli non appena qualcuno chiede loro un aiuto, specie se di tipo domestico.

Poche invece le voci discordanti, che puntano sull’interiorità per la propria realizzazione.

Il vasto materiale raccolto si è dunque rivelato un mezzo utile per conoscere meglio la pre-adolescenza, età in cui i ragazzi si dimostrano poco propensi a comunicare i loro pensieri più profondi e a esprimere opinioni personali in modo spontaneo e sincero. La proposta, inoltre, è servita a far emergere stereotipi culturali e sociali diffusi, su cui i docenti e i genitori hanno avuto la possibilità di riflettere e intervenire, per meglio accompagnare alunni e figli nel percorso di crescita.

Si può chiedere di più alle fiabe nate secoli fa, apparentemente tanto lontane, in realtà così vive e presenti?

©Cem Mondialità
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