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Editoriale Febbraio 2007
Editoriale
Le cose inutili. Sui primi vent’anni di Dylan Dog
Brunetto Salvarani
Proseguendo nel gioco degli anniversari cominciato lo scorso mese avviando le celebrazioni per i quarant’anni compiuti da CEM Mondialità, ne recupero uno che in realtà è stato ricordato qualche mese fa: i primi vent’anni di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo che ha brillantemente sconvolto il mondo sonnacchioso del fumetto italiano sin dalla sua prima apparizione, nel lontano 1986. Può sembrare curioso, dedicarvi un editoriale del mensile dell’interculturalità, ma in realtà a me, dylandoghiano impenitente della prima ora, pare semplicemente doveroso. D’altra parte, alcuni anni or sono, al microcosmo del fumetto era intestata una rubrica di CEM, che tenevo con Raffaele Mantegazza, mentre sullo stesso Dylan lavorammo, ancor prima, durante un paio di convegni CEM in quel di Assisi, sulla scorta del nostro impegno per una pedagogia narrativa. Dunque, bando ai rimorsi e rendiamo grazie al geniale Tiziano Sclavi, che ne è stato l’ideatore, anche perché il suo personaggio più famoso riscontra un particolare favore presso il mondo degli adolescenti (e non solo, ovviamente): quelli che, oggi, fatichiamo sempre di più a conoscere, a capire, riservando loro - di regola - appena l’attenzione morbosa della cronaca quando con ipocrita stupore scopre, per qualche settimana, il cosiddetto loro bullismo, le loro discutibili iniziazioni sessuali, o il loro rifiuto dell’istituzione scolastica...
Forse ha ragione la critica, quando insiste sul fatto che il buon Dylan «raccoglie un esasperato bisogno di socializzazione primaria e di maturazione individuale sempre più negato alle giovani generazioni» (G. Frezza), e quando sostiene che un segreto del suo successo è proprio il fatto di mettere in scena (fra mostri, incubi e fate morgane) l’autentico tabù della nostra società, forse l’ultimo, la morte. Da questo punto di vista, il fumetto di Sclavi, nell’aiutare i ragazzi a morire simbolicamente, contribuisce ad un’impresa che la società degli adulti riesce sempre meno a realizzare: ne favorisce la crescita, il divenire a loro volta adulti. E nel contempo invita gli adulti stessi a riscoprirsi padri, madri e fratelli maggiori: con tutta l’ironia di Groucho, il suo fantasmagorico assistente, quella di chi prende sul serio la vita proprio quando non la drammatizza di fronte ad ogni minimo o massimo inciampo, ma ne coglie il lato stralunato e positivamente spiazzante; e tutta la tenerezza dell’ispettore Bloch, il padre putativo del Nostro, così accogliente da anestetizzare, pur senza distruggerlo, il lato problematico della paternità, rappresentato nella saga dal demoniaco Xabaras. Così, un giovane eroe di carta alle prese coi risvolti bui delle esistenze, tutto intriso di umanità e di debolezze, da due decenni ci sta gettando una fune, nel nostro non facile mestiere di educatori e di genitori: aiutandoci ad accettare i dubbi, le perplessità, le stranezze, le paure dei nostri alunni e dei nostri figli, pur senza rinunciare alle nostre responsabilità e al nostro ruolo. Quello di chi s’interroga con loro nel tentativo di decifrarli, di farli nostri, di suggerir loro delle piste di uscita… fino a condividere la sentenza di Groucho che leggiamo nel numero 107 della serie, «Il paese delle ombre colorate», quando, al capezzale di Dylan seriamente ferito, lo sta vegliando amorevolmente. Bloch allora, facendo ricorso al buon senso che lo caratterizza, gli consiglia: «La situazione non migliora se noi lo guardiamo… Perciò è inutile che tu stia qui, Groucho. Vai a casa e riposati!». E Groucho, allora, in una frase che racchiude il senso profondo del nostro celebrare l’indagatore dell’incubo: «…gli amici esistono anche per questo… per fare cose inutili!». A conti fatti, non mi pare un motivo da poco per amare Dylan Dog, e per situarlo nella galleria degli amici più preziosi di CEM.
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