Interculturafase2 Febbraio 2007
Intercultura fase2
Discriminare
di Lucrezia Pedrali
La scuola, così come spesso siamo abituati a pensarla, è il luogo della sospensione della conflittualità della vita e quello in cui si realizza una sorta di neutralità che annulla la complessità.
In questa apparente neutralità gli alunni sono tutti uguali e a tutti si applicano le medesime regole. Chi non riesce, per una serie di ragioni, a rientrare nelle regole generali finisce con il diventare elemento di disturbo, di disagio. La scuola ama l’omogeneità, le differenze sono perturbanti e devono essere superate per ricondurre a normalità l’azione didattica. Tutti i dispositivi di accoglienza e le azioni tese a favorire i processi di integrazione hanno in fondo come obiettivo proprio il superamento delle differenze e la loro ricollocazione nella condizione di normalità. Aldilà delle dichiarazioni di intenti dirette a enfatizzare il valore delle diversità, il mandato affidato alla scuola è quello di restituire alla società cittadini uguali. Riconoscere realmente la differenza come valore implica una ridefinizione del pensiero intorno alla scuola e ai suoi compiti. Operazione necessaria per poter educare i cittadini del nostro tempo, ma resa complicata dalla non chiarezza sul destino della istituzione scolastica e sulla sua forma.
La differenza non è sempre neutralizzabile e conserva in sé una parte di irriducibilità che rappresenta una potenziale minaccia per l’ordine e il conformismo a cui la società aspira. Pur nel riconoscimento di quanto abbiamo in comune come esseri umani, la fatica della differenza non deve essere rimossa. È a partire da questo riconoscimento che diventiamo capaci di distinguere fra il disagio personale, legittimo, e il comportamento sociale di esclusione che viene posto in atto interpretando il personale disagio come fosse una ragione condivisa. Rimuovere o censurare il conflitto iniziale fra i propri sentimenti e la realtà favorisce il consolidamento della convinzione che la realtà sia portatrice del disagio e che esso quindi non sia riconducibile alla personale sensibilità e ad un particolare modo soggettivo di interpretarla.
Questa distinzione è fondamentale. Vale la pena di ricordare come, per i bambini, una delle espressioni più utilizzate per esprimere il non gradimento di qualcosa o di qualcuno sia: «fa schifo». Analizzare l’espressione linguistica permette di portare a consapevolezza il pensiero che la produce: lo schifo è della cosa fuori di me o appartiene a me che la interpreto? Qual è l’espressione linguistica adeguata? Va riconosciuto il diritto al non gradimento purché lo si esprima come dato soggettivo rispetto al quale ci assumiamo la responsabilità della scelta: «a me fa schifo» o meglio «a me non piace».
Le bambine e i bambini sono portatori di una visione e di sentimenti intorno al mondo che hanno maturato nel contesto familiare e che costituiscono il primo nucleo di una forma di pensiero sociale. Tali sentimenti si sono strutturati a partire da condizionamenti familiari e hanno molto a che vedere con le esperienze e le storie di vita; prima che a percorsi di conoscenza formale, si generano cioè
nella forma del pensiero narrativo. Questa forma di pensiero per maturare e svilupparsi, necessita del racconto e dell’ascolto. Il racconto di sé è l’inclusione: posso dire di me, perché io sono accolto e appartengo a questo contesto. Ma sono capace di ascolto e quindi di accoglienza e di comprensione. Abituarsi a riflettere sul pensiero e sul racconto degli altri concorre alla formazione della persona (del cittadino) empatica capace di confronto con i bisogni degli altri e attento alle condizioni che li generano e li orientano.
Si educa al principio di uguaglianza legittimando narrazioni differenti e favorendo la competenza di ascolto.
Il cittadino del mondo ha ascoltato molte storie e vissuto molte esperienze: solo in questo è divenuto capace di riconoscere l’esistenza di bisogni e interessi umani comuni, sia pure espressi in modi tanto differenti.
Educare alla cittadinanza e ai relativi diritti è favorire la nascita di sentimenti e pensieri empatici intorno al mondo e non esiste altro percorso se non quello di moltiplicare le occasioni di incontro, anche attraverso le proposte disciplinari e più strettamente didattiche.
Diventare cittadini planetari non significa abbandonare i legami particolari e identitari, al contrario significa riconoscerli e ripensarli alla luce della reciprocità: ogni persona ha diritto alle proprie fedeltà particolari e ai propri tratti identitari che in parte si modificano e si trasformano alla luce delle esperienze di incontro e di conoscenza.
Conoscere e comprendere tante storie di vita diverse e quindi sperimentare la possibilità di pensare ai modi differenti di esprimersi: le produzioni artistiche, le grandi narrazioni, i racconti religiosi delle varie culture, la scoperta degli alfabeti e delle scritture diverse, i suoni e le musiche, sono occasioni importanti per esercitarci all’ascolto, competenza interculturale per eccellenza.
Per i bambini il mondo intero si esaurisce nella percezione del proprio mondo ristretto; è difficile contemplare l’esistenza di altri mondi, altri modi di esser diversi da quelli noti. Proprio per questa ragione l’attività della scuola diventa fondamentale. Costituisce una sorta di palestra nella quale esercitare quotidianamente l’attività di ascolto e confronto rinviando, nell’ambito delle attività umane, ad altre possibilità, ad altri modi di essere e di fare. Il rispetto e la comprensione implicano non solo il riconoscimento delle differenze, ma anche, nello stesso tempo, il riconoscimento dei diritti, delle aspirazioni, delle esigenze comuni.
Educare al pensiero plurale che sta a fondamento dell’idea di cittadinanza planetaria, richiede anche molta attenzione al bisogno dei bambini di essere rassicurati. Essi hanno necessità di sperimentare un sentimento di fiducia nei confronti degli adulti per potersi permettere di esprimere l’ansia che la differenza genera. E gli adulti hanno il dovere di contenere il disagio accogliendolo e favorendo la sua elaborazione.
Ancora una volta vale la pena di sottolineare che questo non costituisce una attività aggiuntiva e speciale: è la pratica quotidiana che consente di modificare o di instaurare abitudini (anche cognitive) in forma stabile. È a partire dalle discipline e dalle normali attività didattiche che si può e si deve avviare la formazione del cittadino del mondo, e sono le strategie metodologiche che, più dei contenuti o comunque accanto ad essi, danno ragione di una modalità interculturale del fare scuola.
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