La pagina di... Rubem Alves Gennaio 2007
La pagina di... Rubem Alves
Lo spettatore
Rubem Alves
La scena mi ha procurato più dolore che il male alla colonna vertebrale. Ciò è stato benefico. Mi sono dimenticato del dolore alla schiena e mi sono concentrato sul dolore della scena: un deputato, rappresentante del popolo, si muoveva offrendo se stesso come spettacolo perché tutto il Brasile potesse vedere il suo improvvisato «ballo della presa in giro», indifferente all’umiliazione che il popolo prova dinanzi all’impunità .
Secondo me il ballo è stato un’offesa al decoro parlamentare per quanto era grottesco. Qualcuno si è scandalizzato per la scena. Io, no. Io mi sono scandalizzato per un’altra cosa: guardando quella danza mi sono reso conto di essere un cittadino impotente. Non posso fare nulla. Sono condannato ad essere un semplice spettatore. La «ballerina» e il suo corpo di ballo sono protetti dall’impunità.
Le continue rivelazioni non ci sorprendono più. Per questo il mio pensiero non si occupa di loro. Provo soltanto un momentaneo spavento. Alcuni sperano che, alla fine di un lungo processo di purificazione, la democrazia sarà finalmente ripulita dagli escrementi che la ricoprono. Non ci credo. Sono d’accordo con la saggezza di Gesù: «È inutile cucire un rammendo nuovo nei buchi di un tessuto marcio. Perché il tessuto nuovo si restringe e rompe il tessuto marcio, aumentando ancora di più la grandezza dei buchi». Le rivelazioni ci mostrano i buchi. Ma i buchi non sono il problema. Il problema è il tessuto marcio.
La nostra democrazia è un tessuto marcio. Una parola vuota. Una cosa morta. Il guscio della cicala. Soltanto gli ingenui ci credono.
L’idea della democrazia è bellissima: il potere appartiene al popolo. In una piccola città questo ideale può essere realizzato in modo semplice, con il raduno dei cittadini in piazza e le decisioni prese direttamente. Ma, se si tratta di un vasto paese, è impossibile radunare i suoi cittadini in una grande assemblea: le decisioni vengono prese da persone di fiducia che il popolo elegge per rappresentarlo.
Però, perché ciò possa succedere, è necessario che il popolo conferisca il suo potere ai suoi rappresentanti che lo eserciteranno. Così, votando, io accetto essere castrato, svuotato di potere, mentre il candidato per cui ho votato detiene il potere che io avevo prima. Io ho votato me stesso, quindi rimango senza potere. Se cerco di esercitare il mio potere direttamente, mi prendono per sovversivo. Senza potere, non mi resta che essere uno spettatore: contemplo il ballo. Non posso fare nulla, il deputato balla e ballerà impunemente, protetto dal potere che i suoi elettori gli hanno dato.
Scambiate le parole antiche per quelle moderne, diceva 1500 anni fa sant’Agostino: avrebbe potuto essere un commentatore di politica brasiliana. «Cosa sono le gang di ladri se non piccoli regni? Poiché la gang è formata da uomini, è governata da un’autorità che è il principe; è mantenuta coesa da un contratto sociale; e la refurtiva è divisa secondo regole accettate da tutti. Se, per l’inerzia di uomini deboli, questo male cresce al punto tale da appropriarsi dei luoghi, stabilire dimore, possedere città e sottomettere popoli, la gang ha nome di regno, perché lo è diventato veramente, non perché sia stata eliminata la corruzione, ma perché a questa è stata aggiunta l’impunità».
Non mi illudo con il rammendo nuovo che sarà cucito sui buchi. Quello che mi scoraggia è sapere che il tessuto marcio continuerà ad esistere. Ciò che voglio è la restituzione del potere che mi è stato rubato. Voglio avere il potere per togliere dal palco la ballerina e il suo corpo di ballo...
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