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Interculturafase2 Gennaio 2007

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Biassoni e Zocchio   Intercultura fase2

Sentimenti, un contrappunto (tra affetto e razionalità) a due voci

di Patrizia Zocchio e Giuseppe Biassoni

Le preferenze e l’educazione ai sentimenti: due argomenti che mettono in risalto la differenza di genere; è per questo che nell’articolo del mese abbiamo deciso d’alternare i nostri scritti in un contrappunto tra maschile e femminile, tra teoria e pratica, tra emozioni e ragione.

E se ne uscirà armonia o cacofonia spetta a voi definirlo; per noi avrà pur sempre il pregio d’un tentativo, un passo verso qualcosa da scoprire anziché di già consolidato.

Patrizia

Come docenti, formatori, educatori, avete mai ragionato attorno all’effetto «Pigmalione»?

Sedurre ed essere sedotti, conquistare l’attenzione o sentirsi frustrati, gratificati nella realizzazione di risultati positivi o depressi da obiettivi non perseguiti: la nostra è una professione che tende sia a deificare che a mortificare, e questo avviene spesso nell’arco di brevi periodi.

In questo momento di stanchezza generale per il contesto in cui lavoriamo, con le prospettive di incertezza tipiche della scuola italiana, diventa difficile tenere presente che le nostre modalità di intervento e le nostre aspettative possono influenzare radicalmente le relazioni con gli altri.

Pippo

È una sera di un giorno festivo e, seguendo le scadenze dell’abbonamento teatrale, vado a vedere al «Binario sette» uno spettacolo.

In sala i suoni e il brusio tipici che anticipano lo spettacolo, giusto un po’ più marcati dall’essere l’apertura della stagione.

Il tempo di individuare la fila e la poltrona, che una voce da dietro mi chiama: «Prof Pippo…ma lei è stato il mio prof di musica; non si ricorda di me?».

Prendo tempo, scavo dagli archivi ed abbozzo un banale « ma sai, crescendo voi cambiate molto, più di quanto possa cambiare un adulto».

Il mio occhio si sposta sui suoi vicini di poltrona e spontaneamente mi ritrovo a pronunciare, privo di malizia ma anche di sensibilità : «Ma lei me la ricordo bene» e, rincarando la dose, « sei identica a quattro anni fa. Cosa fai, come ti vanno le cose…».

È banale dirlo ma «lei» è una lei.

«Bella scoperta, di lei si ricorda perché è una femmina. Le solite preferenze…».

Non è una rivelazione sconcertante, ma la frase ogni tanto ritorna a galla, come una goccia d’olio gettata in mare; e più volte ho provato a guardare «oltre» quella goccia, per vedere i pesci e il fondale.

Patrizia

Ogni mattina incontrare diverse classi di preadolescenti, impegnati negli scombussolamenti inevitabili in un momento di crescita, più che un impegno professionale diventa una passione e ti aiuta a delineare il tuo stile di insegnamento.

Vedere i ragazzi dagli undici ai quattordici anni entrare a scuola la prima cosa che salta agli occhi è la superficialità, il poco interesse per la scuola, la svogliatezza.

Che fare allora per cercare di sviluppare negli alunni doti e capacità che diversamente potrebbero rimanere sopite per tutto un triennio?

Pippo

L’oltre, l’indagine legata alla consapevolezza dell’«etica del minimo errore», mette in risalto non poche luci e contrasti.

La certezza di preferire il genere femminile a quello maschile (sarà il contrario per un’insegnante femmina? Le mie colleghe negano o minimizzano) si accompagna alla consapevolezza verso l’intolleranza per ciò che mi ricorda gli aspetti del bambino che ero e che oggi non amo più: la scrittura minuta ai confini dell’illeggibilità, per timore che qualcuno mi facesse rilevare gli errori; l’arroganza affiancata alla superficialità che hanno caratterizzato i miei primi anni adolescenziali nei rapporti maschi/femmine; la fisicità dirompente che ha compensato il mio edonismo fino al punto di rendere difficoltosa la riflessione sugli eventi e una corretta educazione ai sentimenti.

Conservo ancora il ricordo di una convocazione dei miei genitori a scuola, dove il preside lesse un mio tema (alla presenza mia e dell’insegnante, che continuava a scusarsi per me) sulla vecchiaia, il cui succo era «l’eliminazione dei vecchi» quale soluzione del problema: altrettanto chiara mi è l’incapacità comunicativa che vivevo, nutrendo da sempre grande affetto per i miei nonni.

Tuttavia la consapevolezza non è risolutiva. Così nel bene e nel male la sfida continua e «gli esami non finiscono mai».

Patrizia

Se vogliamo comunicare non possiamo fare a meno di partecipare in modo attivo a tutte le fasi e ai processi educativi che mettiamo in atto giornalmente; in questo modo si diventa consapevolmente un modello per i propri studenti.

Le relazioni insegnante/alunno si dovrebbero basare sulla fiducia e gli insegnanti si misurano personalmente con la fatica di valorizzare, fare emergere le potenzialità dei propri studenti e renderli consapevoli attori di processi: solo in questo modo si può sperare di avere davanti una classe motivata, critica ed interessata rispetto ciò che viene proposto a scuola.

Diversamente saremo dei buoni animatori, ma di «Club Med». Sapremo creare aspettative destinate a breve vita e presto dimenticate. Saremo agitatori e fautori di domande, ma inespresse e inascoltate. Come insegnanti non insegneremo né favoriremo la progettualità.

Pippo

Le sfide che si trovano ad affrontare le generazioni future richiedono una funzione docente dinamica, sensibile e preparata.

L’affermazione può sembrare banale. Lo è un po’ meno se riflettiamo su «cosa viene messo in atto», sul piano formativo dei futuri insegnanti, per coltivare tali abilità: in questo ambito non esistono percorsi universitari strutturati, né specifici esami.

E per la famiglia, le sue strutture, la società?

Come il muro di Berlino, sono crollati e stanno ancora cadendo numerosi tabù che hanno fatto da confine ad un modo di vivere che ha caratterizzato la generazione a cui appartengo: sono passati meno di sedici anni da quando ricevetti un richiamo, per lamentele di genitori perplessi su quanto avevo spiegato ai loro figli, per aver parlato a dei tredicenni sul senso di «ferma ti prego la mano» e «una donna…cosa vuol dir sono una donna ormai» di Battisti… Oggi consapevolmente o meno la canzone è cantata nelle gite degli oratori.

L’arroccarsi delle religioni che cercano di arginare il mutamento con il potere più o meno forte che possono mettere in campo, di anno in anno mostra la sua inefficienza e la morale si trasforma in tante morali poco ragionate, guidate, e molto fai da te.

Ragionare su un’educazione alla vita, ai sentimenti, al proprio porsi come figura credibile d’adulto, sono imperativi oggi ineludibili. È una scelta di campo tra l’essere e l’apparire.

È la scelta di chi vuole cercare di gestire i processi partecipandovi rispetto a chi si limita, in maniera magari incosciente, a subirli.

Patrizia

Nella ricerca del proprio stile d’insegnamento abbiamo capito che le educazioni si desumono (per noi e per chi entra in relazione con noi) attraverso il linguaggio del corpo, la voce, la modalità di proposta; l’atteggiamento aperto contribuisce a sviluppare doti e capacità.

Le sfide che si trovano ad affrontare le generazioni future richiedono una funzione docente dinamica, sensibile e disponibile al mutamento/apprendimento.

Il bravo insegnante appare così colui, colei, che è consapevole dell’importanza della dimensione affettiva nel processo d’apprendimento (senza sentirsi un papà o una mamma) e persegue come obiettivo un rapporto emotivamente soddisfacente con i propri allievi.

Ma proprio il «rapporto emotivamente soddisfacente» deve sempre risultare, per nostro campanello d’allarme e igiene mentale, discutibile.

©Cem Mondialità
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