Interculturafase2 Gennaio 2007
Intercultura fase2
Classi multiculturali e relazione insegnante-studenti
Francesca Gobbo
Essere promossi o bocciati, contare con fiducia sulle proprie capacità, o invece convincersi di non essere adatti allo studio e rassegnarsi: dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso, questi risultati e credenze non sono più soltanto spiegati nella loro relazione diretta alla provenienza socio-culturale, al livello economico della famiglia, ma messi invece in discussione grazie al riconoscimento del ruolo che le aspettative degli insegnanti hanno rispetto alle potenzialità dei propri alunni. Giova dunque riprendere la ricerca svolta da Rosenthal e Jacobson ormai più di quattro decenni fa per cogliere gli elementi di attualità che ancora possiede, soprattutto per le classi multiculturali.
Rosenthal e Jacobson hanno avuto il merito di sperimentare in campo educativo, e disseminare proficuamente la teoria della «predizione che si auto-realizza» esposta nel loro Pigmalione in classe. In questo testo, pur procedendo con grande cautela scientifica, essi mettono in rilievo l’importanza, cruciale del modo di relazionarsi degli insegnanti con alunni tra loro diversi per classe sociale o appartenenza etnica, e gli effetti che esso produce rispetto al rendimento scolastico di questi. I due ricercatori notano che è il sapere pregresso degli insegnanti ad influenzare il loro desiderio che «tutti gli alunni imparino, nessuno escluso», orientando la valutazione delle probabilità di successo secondo tale metro. In altre parole, l’esperienza d’insegnamento fa sì che possano prevedere chi andrà bene a scuola e chi invece incontrerà la bocciatura. Naturalmente Rosenthal e Jacobson notano che «talvolta il [loro] giudizio successivo … modifica l’impressione del primo giorno (…) Questo talvolta, ma l’insegnante ha ragione quando prevede che alunni del ceto medio andranno generalmente bene, mentre quelli del ceto inferiore avranno difficoltà e infine falliranno»1.
I ricercatori volevano capire perché si fosse raramente considerato il contributo determinante che gli atteggiamenti e il comportamento dell’insegnante, così inestricabilmente connessi con il rendimento scolastico, potevano dare. I risultati della loro sperimentazione ci dicono che quando gli insegnanti si aspettano che alcuni alunni siano in grado di imparare, tale aspettativa si realizza grazie al tipo di interazione che si stabilisce tra di loro e che funziona come «determinante degli attesi progressi intellettuali»2. Pur non essendo stati approfonditi i modi in cui la previsione dell’insegnante è comunicata in classe, bisogna rilevare come essa trasformi la qualità della relazione educativa in grado così di produrre cambiamenti positivi, e realizzare la predizione positiva iniziale. Questa spesso risulta perfino inferiore ai risultati, poiché gli insegnanti non soltanto ottengono «di più quanto più si aspettano», ma anche tanto più ottengono quanto più si aspettano3. I due ricercatori avvertono che tali risultati potrebbero essere spiegati da differenti teorie, e che ulteriori indagini sono auspicabili; tuttavia, le considerazioni con cui chiudono il libro sono ancora importanti: dopo aver ricordato che il loro intervento «riguardava direttamente gli insegnanti e solo indirettamente gli alunni», essi raccomandano una maggiore attenzione per la formazione degli insegnanti e soprattutto per il ruolo centrale che possono avere. Se essi sapessero che le loro aspettative «in merito alla prestazione degli alunni possono funzionare come predizioni che si autorealizzano, si creerebbe probabilmente una nuova aspettativa, quella … che i bambini in genere siano in grado di imparare di più di quanto si era ritenuto possibile»4. Difficilmente sarebbero allora rassegnati sul rendimento di alcuni loro alunni, e avrebbero molte convincenti ragioni per assumere il ruolo di Pigmalione.
[1] Robert Rosenthal e Leonore Jacobson, Pigmalione in classe. Aspettative degli insegnanti e sviluppo intellettuale degli allievi, Franco Angeli Editore, Milano 1972 (ed. or. 1968), pag. 72.
[2] Ibidem, pag. 198.
[3] Ib. pag. 218.
[4] Ib. pag. 223.
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