Intercultura Cem Mondialità, per l'educazione interculturale

Sections

Personal tools

You are here: Pagina principale => Rivista => Arretrati 2007 => Gennaio => Il resto del mondo Gennaio 2007
[



CSAM
]



[ Missionari Saveriani ]



[ Missione Oggi ]



[ Video Mission ]



[ Libreria dei Popoli ]



[ San Cristo ]



[ Missione giovani ]



[ Missionari Saveriani Italia ]
 

Il resto del mondo Gennaio 2007

Document Actions

   Il "resto del mondo"

Risolvere conflitti «asimmetrici». Il ruolo delle parti terze

di Paolo Beccegato

Negli ultimi cinquanta anni i conflitti sono cambiati profondamente: si combatte sempre più all’interno dei confini delle nazioni, le parti in guerra non sono più solo gli eserciti regolari, ma anche movimenti di guerriglia o gruppi più o meno organizzati. I civili sono sempre più le vittime dei conflitti. Questa evoluzione ha richiesto che anche la teoria e la pratica della risoluzione del conflitto e costruzione della pace si evolvessero.

Conflitti simmetrici e conflitti asimmetrici

Il conflitto fra Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica nella Guerra Fredda è un conflitto simmetrico: le parti sono relativamente in equilibrio, dispongono di simili risorse belliche.

In Kosovo, nel 1998 l’esercito e la polizia jugoslavi combattono contro i guerriglieri albanesi dell’UCK. È un esempio di conflitto asimmetrico: l’esercito e la polizia Jugoslavi dispongono di maggiori risorse, intelligence, uomini ed armamenti. In un conflitto asimmetrico chi soffre è principalmente chi sta sotto, ma anche chi sta sopra ha dei costi da sostenere: il deterioramento delle relazioni con chi sta sotto può diventare insostenibile nel lungo periodo.

Per risolvere un conflitto asimmetrico è necessario cambiare la struttura del conflitto, quindi aiutare chi sta sotto, e, se necessario, confrontarsi con chi sta sopra. Bisogna modificare le relazioni e il bilanciamento di potere: trasformare relazioni ingiuste e violente in relazioni giuste e pacifiche e costruire un bilanciamento di potere fra le parti. Nella prima fase (coscientizzazione) l’oppresso acquista coscienza dello sbilanciamento di potere fra le parti e delle ingiustizie subite; solo così può organizzarsi (seconda fase, confronto) e far valere le proprie ragioni. In questa fase il conflitto aumenta di intensità, e la repressione è una risposta possibile. Con la coscientizzazione e il confronto, aumenta la consapevolezza del conflitto che da latente diventa manifesto e migliora la distribuzione del potere, perché l’oppresso si appropria di diritti che prima gli erano negati, primo fra tutti quello di dire la verità. Ciò permette di arrivare alla terza fase (negoziazione), in cui le parti in conflitto riconoscono che non possono imporre la loro volontà o eliminare gli altri, ma devono perseguire i propri obiettivi ascoltandosi e riconoscendo gli interessi di tutte le parti. Un processo di trasformazione non-violento e costruttivo potrà portare le parti ad una nuova relazione più giusta e bilanciata (quarta fase, pace sostenibile). Muovendosi attraverso queste quattro fasi, magari in modo non lineare, la risoluzione del conflitto tenta di creare un bilanciamento del potere e relazioni pacifiche e più giuste. In questa dinamica di conflitto asimmetrico assume particolare importanza la terza parte che può: (a) aiutare le parti in conflitto a capire «dove ci si trova» nel conflitto; (b) intraprendere attività fondamentali quali educazione, advocacy e mediazione.

Nella prima fase il conflitto è latente, e le persone non sono consapevoli delle ingiustizie e dell’iniquità nella distribuzione del potere: è necessario prenderne coscienza. La terza parte può facilitare la coscientizzazione attraverso l’educazione. Così combatte l’ignoranza, rende le ingiustizie manifeste e nutre il desiderio di relazioni più giuste. Il costruttore di pace agisce dalla prospettiva dei più deboli. La migliore consapevolezza delle ingiustizie, dei propri bisogni ed interessi, porta la parte oppressa a chiedere di cambiare la situazione. Si chiede rispetto dei propri diritti, una più equa distribuzione del potere e soddisfacimento dei propri interessi. Difficilmente chi sta sopra sarà pronto a dimostrare sensibilità alle richieste di chi sta sotto, non gli crederà, minimizzerà o, più scaltramente, cercherà di difendere la propria posizione di privilegio. La terza parte può sostenere i più deboli nella fase di confronto, amplificare la loro voce e sostenere pubblicamente la loro causa; può spingere per un bilanciamento del potere e per il riconoscimento dell’interdipendenza fra le parti.

Durante la negoziazione la terza parte può assumere il ruolo di mediatore ed aiutare le parti ad esplorare i reciproci interessi, migliorare la comunicazione ed alterare le dinamiche di conflitto.

Lederach indica con chi agire e cosa fare. Egli utilizza il disegno di una piramide per identificare i vari livelli della società e i diversi approcci che è possibile adottare in essi (figura 1). I capi militari e politici stanno al vertice della piramide, sono i capi di governo, i generali degli eserciti e i leader dei movimenti ribelli. Le negoziazioni di alto livello si rivolgono a loro, i mediatori sono spesso personalità di spicco del panorama internazionale con mandato delle Nazioni Unite o di nazioni forti. Nel caso di un conflitto armato le negoziazioni di solito hanno come primo obiettivo la cessazione dello scontro armato; l’obiettivo più elevato è l’accordo di pace. Questo è stato l’approccio tradizionale delle relazioni internazionali, che forse aveva una sua utilità nel caso dei conflitti internazionali, ma ha dimostrato di essere insufficiente nei conflitti all’interno dei confini delle nazioni. Ogni livello della società deve essere coinvolto nella costruzione della pace. Il livello due punta sui leader di medio livello e consiste in formazione sulla risoluzione del conflitto, costituzione di commissioni per la pace (sul modello del commissione per la verità e riconciliazione in Sud Africa) e formazione di squadre di negoziatori locali che sono a conoscenza del conflitto per esperienza diretta. Il livello tre agisce su quello che in inglese si chiama grassroots, che potremmo tradurre con comunità di base, cioè la stragrande maggioranza delle persone che sono colpite dal conflitto e senza cui non è possibile costruire una pace durevole. Anche qui è necessario lavorare con i leader delle comunità di base: sono i rappresentanti di villaggio (in alcune culture si possono avere i consigli delle famiglie), i leader religiosi, gli attivisti di ONG locali, cioè persone che hanno un ruolo riconosciuto e ben accetto nella comunità. Possibili approcci alla costruzione della pace in questo livello includono: la formazione, per creare all’interno delle comunità di base la capacità di trasformare i conflitti; fornire servizi psicosociali per alleviare i traumi della guerra ed aiutare le persone a ricominciare.

 Attori e approcci

Figura 1. Attori e approcci alla costruzione della pace1.

I conflitti odierni sono spesso asimmetrici e necessitano di un intervento che ne modifichi la struttura, perché altrimenti i più deboli rimarranno oppressi, anche da meccanismi di violenza non tanto armata, quanto «strutturale». I conflitti interni disgregano le strutture sociali e le relazioni fra gli individui e i gruppi. L’esperienza della Caritas e di molte altre organizzazioni impegnate nella costruzione della pace con mezzi pacifici dimostra che le negoziazioni di alto livello non bastano a costruire la pace e che è necessario agire a tutti i livelli della società, fino alle comunità di base, ed individuare, promuovere e potenziare, le capacità locali per la pace. Questo richiede un atteggiamento nuovo, che permetta di vedere le persone e il contesto del conflitto non più come il problema, ma come le risorse per la pace.

Cinquanta anni fa il conflitto era visto come una disfunzione delle relazioni umane, oggi si pensa che sia un elemento intrinseco ad esse, cioè una naturale espressione dell’eterogeneità di esperienze, interessi, valori e credenze che nasce dall’interazione di individui e gruppi. Dire che il conflitto è inevitabile non implica credere che la guerra sia inevitabile, o che la guerra sia l’unico mezzo che la specie umana può utilizzare per risolvere le differenze. Come gestiamo un conflitto è questione di abitudine e di scelta. La ricerca e la pratica della risoluzione del conflitto e costruzione della pace dimostrano che è possibile modificare comportamenti abituali e fare scelte intelligenti.

©Cem Mondialità


[1] Caritas Internationalis, Working for Reconciliation: A Caritas Handbook, Caritas Internationalis, Vatican City 1999, pag. 7.

« Febbraio 2012 »
do lu ma me gi ve sa
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29      
11-02-2012
09:30-18:00 Nel Mare di Mezzo Nord Africa-Europa: Paure incertezze speranze
14-02-2012
18:00-20:00 Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
28-02-2012
18:00-20:00 Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
Prossimi eventi
Nel Mare di Mezzo Nord Africa-Europa: Paure incertezze speranze
Auditorium San Fedele, via Hoepli 3/b – 20121 Milano,
11-02-2012
Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
Chiesa di San Cristo - Via Piamarta 9 - Brescia,
14-02-2012
Caro autore ti chiedo... Una serata d'inverno a San Cristo
Chiesa di San Cristo - Via Piamarta 9 - Brescia,
28-02-2012
CONVEGNO 70° ANNIVERSARIO CEM MONDIALITÀ
Casa dei Missionari Saveriani - Viale S. Martino, 8 - 43100 Parma,
17-03-2012
Cerca nel sito
 
 

CEM Centro educazione alla Mondialità
via Piamarta, 9 - 25121 Brescia - tel +39 030 3772780 - fax +39 030 3772781 - email: cemsegreteria@saveriani.bs.it

siti al TOP