Il resto del mondo Giugno-Luglio 2007
Il "resto del mondo"
Lo studio del cinese all’estero
di Stefano Vecchia
Il cinese ha il maggior numero di parlanti madrelingua al mondo. Non solo è idioma ufficiale nella Repubblica popolare cinese (che da sola conta 1,3 miliardi di abitanti) e a Taiwan, ma è parlato anche da consistenti comunità di immigrati nell’Asia sudorientale, in America settentrionale e nel Pacifico. Il suo ruolo storico di lingua franca su un’ampia area di influenza cinese (insieme alla scrittura) è stato determinante nel passato su nazioni confinanti o prossime, come la Corea, il Giappone e il Vietnam, come attestato ancora oggi nelle varie lingue nazionali. Non va neanche ignorato che fino al XVIII secolo in quei paesi oltre la metà dei libri stampati furono scritti con caratteri ideografici cinesi. Negli ultimi anni, per la maggiore apertura all’estero e per il continuo e rapido sviluppo dell’economia, gli scambi e i collegamenti tra la Cina e il mondo si sono sempre più ampliati e approfonditi. Sempre più imprese straniere hanno investito nella Repubblica popolare cinese o aperto aziende in questo paese, mentre sempre più stranieri lo visitano e vi lavorano. Nel contempo sono in continuo aumento anche i cinesi che viaggiano all’estero. Se quindi sono almeno 200 milioni i cinesi impegnati a studiare una lingua straniera (soprattutto l’inglese), la lingua cinese, come strumento di comunicazione e veicolo culturale, attira sempre più l’attenzione di governi, enti educativi, aziende e mezzi d’informazione, mentre si afferma il suo utilizzo negli scambi commerciali. Tutto ciò contribuisce a spiegare la vera e propria febbre per l’apprendimento della lingua cinese che ha il suo centro in Asia, ma che si va diffondendo a ogni latitudine. Va specificato, nella versione ufficiale e semplificata del cinese mandarino, il putonghua (v. CEM Mondialità, maggio 2007, pp. 33-34). Dalla Conferenza mondiale sulla lingua cinese, che si è svolta nel luglio del 2005 a Pechino è emerso un nuovo impegno a diffondere l’antico idioma. Primo promotore della manifestazione è stato il Gruppo guida nazionale del Nocfl, l’ufficio statale per l’insegnamento del cinese come lingua straniera, che raccoglie undici tra ministeri e commissioni varie. Nell’occasione, Chen Zhili, tra i responsabili dell’iniziativa, aveva confermato l’impegno a favorire la conoscenza e l’uso della lingua: «L'ampliamento dell’insegnamento della lingua cinese all’estero costituisce una componente importante ed organica nella promozione di una cultura multipolare a livello mondiale. In futuro […], amplieremo ulteriormente gli stanziamenti nel settore». Secondo quanto rivelato da Chen, la Cina ha un nuovo piano per rafforzare l’insegnamento del cinese all’estero, che comprende quattro fasi: primo, rafforzare la diffusione dei Confucius Institutes all’estero, che insegnano e diffondono la lingua e la cultura cinese; secondo, migliorare la formazione degli insegnanti di lingua cinese; terzo, utilizzare le tecnologie avanzate per i materiali didattici; quarto, intensificare la cooperazione con i vari Paesi e le organizzazioni internazionali nella diffusione dell’insegnamento della lingua cinese. Sono centinaia gli insegnanti di lingua inviati da Pechino in Africa, area di prioritario interesse per la Cina alla ricerca di fonti energetiche e di nuovi mercati. A inizio 2007, le autorità cinesi avevano siglato accordi con 40 università in 25 paesi al fine di promuovere lo studio della lingua. Una vera e propria «offensiva» culturale. In soli cinque anni, dal 2001, il numero degli studenti all’estero dell’antica lingua di Confucio è salito a 30 milioni. Oltre alle motivazioni sopra accennate, gioca un ruolo sempre più importante la considerazione da parte dei genitori degli alunni, che ritengono il cinese uno strumento utile per il futuro dei figli: «Attualmente, molti genitori pensano che tra dieci o vent’anni i loro figli ormai adulti potranno avvantaggiarsi di questo strumento linguistico», ha detto la BBC in un servizio dedicato all’argomento. Oggi si studia il cinese in oltre 2.300 università e scuole in 85 Paesi del mondo. In Francia, il cinese è oggi la lingua con la maggiore rapidità di diffusione nelle scuole superiori. Dal 1994 al 2002, il numero di studenti dell’area parigina che hanno scelto di studiare il cinese è cresciuto del 170 per cento e del 30,28 per cento nel solo triennio 2000-2002. All’inizio del 2003, 7.600 studenti avevano scelto il cinese come prima lingua di studio. Per il 2050 le previsioni danno il cinese al secondo posto tra gli idiomi più parlati al mondo, dopo l’inglese, anche se alcuni, come il linguista britannico David Graddol, arrivano addirittura a prospettare un sorpasso. Sempre nello stesso anno, Internet parlerà al 40% cinese o, almeno, in questa lingua sarà espresso il 40% del contenuto dei siti, contro il 10% attuale. «Diffondere l’insegnamento del cinese è una questione di importanza strategica – dice l’ex ambasciatore negli Stati Uniti e oggi vicepresidente del Comitato per gli interessi cinesi oltremare del Congresso nazionale del popolo, Li Daoyu – . Per questo la Cina continuerà a sostenere gli insegnanti di cinese all’estero. Infatti, non solo la lingua cinese può contribuire a mantenere le relazioni con gli emigrati, ma serve a diffondere nel mondo le tradizioni e la cultura del nostro Paese». L’inglese, già ora scavalcato come numero di parlati autoctoni dal cinese e presto minacciato nel suo ruolo di lingua franca internazionale, sembra accusare il colpo. «Londra resta uno dei centri multiculturali del mondo e la tradizione dell’inglese come lingua unica, o lingua franca, del passato sta rapidamente cambiando. Io credo che la diffusione del cinese sia un importante fattore di questo cambiamento», sostiene il professor David Crystal, studioso dell’evoluzione linguistica. Che prosegue: «Nei tempi moderni, seguendo il cambiamento delle culture – in particolar in paesi come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Australia – e dell’evoluzione delle società in senso multietnico e multiculturale, l’affermazione di lingue delle comunità immigrate diventa una parte sempre più importante della cultura locale. E anche coloro che erano abituati a farsi strada nel mondo con l’unico strumento dell’inglese si trovano a competere con popolazioni genuinamente poliglotte». «Prendiamo il latino - prosegue Crystal -. Mille anni fa molti avrebbero ritenuto assurdo la scomparsa nella forma parlata di questa lingua, ma noi sappiamo che questo è accaduto e che potrebbero occorrere solo un centinaio d’anni affinché gli equilibri linguistici mutino ancora drasticamente». D’altra parte, nella crescita attuale dell’interesse per il cinese gioca la sensazione che la lingua non sia un rivale, ma un’opportunità, e non solo nel Regno Unito. Negli Stati Uniti i giovani attratti da questa lingua sono cresciuti in modo esponenziale: erano 6mila nel 1998, sono oggi oltre 50mila. «I giovani chiedono di studiarlo, i genitori chiedono che venga insegnato e le comunità fanno a gara per ospitarne i corsi. Appare però evidente come l’interesse culturale sia subordinato ad altri interessi, quello di un utilizzo nel mondo del lavoro in primo piano, e come dietro a tutto questo vi sia anche un’attiva promozione della lingua da parte di Pechino. La Cina è sempre più presente sulla scena economica mondiale e il mondo comincia ad accorgersene e a reagire. Dice ancora il professor Crystall: «Oggi il denaro è determinante. Attualmente la valuta di riferimento è il dollaro e il mondo continua a parlare inglese, ma le cose potrebbero cambiare».