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Editoriale Marzo 2007

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Brunetto Salvarani   Editoriale

E perché no?

Brunetto Salvarani

Tra le enormi trasformazioni che attraversano questo scorcio di terzo millennio, secondo Jürgen Habermas stiamo oggi vivendo il terzo, decisivo decentramento antropologico: «Dopo le offese narcisistiche già procurate da Copernico e Darwin con la distruzione delle visioni del mondo geocentriche e antropocentriche, forse potremmo ora accettare con più tranquillità il terzo decentramento della nostra immagine di mondo, ossia l’assoggettamento del corpo e della vita all’ingegneria genetica» (Il futuro della vita umana). I primi decentramenti hanno spostato il centro delle percezioni, degli immaginari (la terra in uno spazio cosmico acentrato e l’uomo nel mondo animale), ma il terzo – detto tecnicamente biocentrico – sposta pure la natura stessa dell’uomo, non solo la collocazione nella gerarchia delle creature. E il decentramento, si badi, s’inserisce in modo cruciale nella logica interculturale, che ne fa anzi uno dei suoi cardini.

In effetti, lo mostrano anche i dibattiti degli ultimi mesi su eutanasia, ingegneria genetica e dintorni, i prodotti dell’evoluzione bio-tecnologica in atto stanno influenzando profondamente la nostra modalità di stare al mondo: come nutrirci e mantenerci in salute, procedure di nascita e d’invecchiamento del nostro corpo, forme di lavoro e tempo libero… Sono veri e propri processi di ibridazione fra dimensioni biologiche e dimensioni macchinali, che trasformano radicalmente l’identità dei soggetti della formazione e i contesti in cui i soggetti costruiscono conoscenze e competenze. La pedagogia e le scienze della formazione, ma anche la nostra rivista che opera sulle questioni dell’interculturalità, non possono non interrogarsi su tali cambiamenti, e sull’urgenza di orientare la stessa formazione e quanti se ne occupano. In che direzione? Certo, non è facile rispondere!

Sentiamo, in ogni caso, il bisogno di interrogarci: cosa significa oggi educare, se lo statuto e la natura di ciò che chiamiamo uomo sono sottoposti a tali metamorfosi?

La questione è davvero radicale, perché mette in discussione i fondamenti. Qui sta il suo fascino e la portata strategica, nella possibilità di metterli in crisi per ri-affermarli, affermarne di nuovi, modificare i precedenti, capire cosa sarebbe la vita umana senza alcun fondamento.

Sotto altri aspetti, il caso Welby, come tanti simili, ci richiamano a questioni etiche chiave, che un tempo non ci saremmo posti ma dobbiamo affrontare, a seguito della capacità della tecnologia di creare condizioni di vita inedite, sempre meno naturali e sempre più artificiali. Uno dei confini più problematici su cui discutere è proprio quello tra natura e cultura.

Credo che quello del post umano sia un tema da assumere come caso serio, da parte del CEM, sfida che si apre e insieme ci chiama. Stiamo ragionandone fra noi, giungendo a dirci che – a dispetto delle apparenze – non si tratta di argomenti per soli iniziati. E che non funzionano, qui, le risposte apocalittiche né quelle integrate. Si tratta, peraltro, di argomenti in continuità col nostro impegno di questi anni, incentrato sui rapporti tra conflitti e immaginario: basti pensare a quanto il post umano stimoli cinema, letteratura e fumetti, o al fatto che il post umano avvia il conflitto forse più acuto tra quelli da noi registrati.

Il tema del post umano, filtrato da quello del corpo, rappresenta poi un’occasione unica per indagare paradigmi, scenari di senso, ideologie e credenze, attraverso cui ci siamo definiti e costruiti. Abbiamo o siamo un corpo? Cos’è un corpo (macchina, organismo, sistema, campo di relazione)? Esiste ancora un dualismo corpo-anima? Quale relazione tra corpo e sé, tra corpo e identità? Esiste ancora un senso del limite?

Altre domande, radicali e complesse. Vedremo…

D’altra parte, ebraicamente, più che trovare in fretta una risposta corretta, è decisivo porsi le giuste domande, e poi mettersi ad indagare. Un giorno, chiesero ad un ebreo perché gli ebrei sono soliti rispondere ad una domanda con un’altra domanda. «E perché no?», fu la risposta, ovvia, di quell’ebreo coerente fino in fondo.

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