Interculturafase2 Marzo 2007
Intercultura fase2
Miti, idoli e falsi dèi - Il vitello d’oro
Antonella Fucecchi
In ambito pedagogico l’idolatria è un nemico che può attaccare in ogni momento della vita professionale: da neofiti, quando ci si infatua di nuove teorie, da insegnanti maturi, schiavi di convinzioni immutabili e dogmi educativi. Siamo idolatri per mancanza o per eccesso di esperienza, quando impostiamo da anni la stessa lezione nello stesso modo, e confondiamo la stagnazione con la coerenza, quando anteponiamo lo svolgimento del programma ad altre urgenze.
La conseguenza è la perdita di valori più grandi per il rifiuto o l’incapacità di esercitare un sano spirito critico, di valorizzare il dubbio e il sospetto, alleati preziosi di ogni azione educativa, specie in ambito interculturale.
Il potere liberatorio del riso
Idolatrare è sbagliare oggetto d’amore, confondere il significante con il significato, il riflesso con l’immagine, l’eco con la voce. L’idolo è un manufatto investito di un potere soprannaturale che non rimanda all’assoluto, ma concentra il fervore religioso e lo slancio del credente su di sé, incatenando a terra senza avere la carica ascensionale dell’icona.
L’idolo esige una venerazione assoluta, imprigiona in una rete di riti e superstizioni. Un witz ebraico chiarisce cosa accade quando si è catturati dall’idolatria: Mosè, appena sceso dal monte Sinai con le Tavole della Legge, scopre che il suo popolo ha costruito il vitello d’oro. Sdegnato, esclama: «Che cosa avete fatto? Che vi è saltato in mente di tenere bloccato tanto contante?». Questo witz da un lato impugna un logoro stereotipo antisemita con sorprendente autoironia, dall’altro svela un aspetto reale della questione: l’idolatria è un investimento sbagliato e paralizzante, è concentrare in un luogo solo una carica propulsiva destinata invece a circolare, ad essere moneta di scambio creativa.
La battuta di spirito decostruisce: l’umorismo è l’arma più affilata contro l’estremismo, come illustra il saggio di Amos Oz, Contro il fanatismo (Feltrinelli, Milano 2004) e, a scuola, una pratica autodelatoria contro l’intangibilità dei dogmi: il programma, il registro, le mode pedagogiche.
Acquisire consapevolezza
In campo didattico ciascuno di noi coltiva atteggiamenti idolatrici inconsapevoli: per individuarli occorre uno shock salutare, che costringa a guardare la realtà con altri occhi.
Dalla Bibbia apprendiamo che il padre di Abramo, Terakh, era un fabbricatore di idoli, ma soltanto da un fonte coranica scopriamo come il figlio riesca a guarire il padre dalla malattia idolatrica. Un giorno Abramo decide di distruggere le statue del laboratorio paterno a colpi di mazza. I falsi dèi cadono e si frantumano in mille schegge ma il patriarca ne risparmia uno, gigantesco, tra le cui braccia colloca la mazza. Quando Terakh scopre il misfatto, adirato, si scaglia contro Abramo che gli indica come responsabile l’unico idolo rimasto. Allora Terakh tuona: «Abramo, non essere idiota. Come fanno dei pezzi di granito, di terracotta o di marmo a combinare un simile disastro?». Abramo con dolcezza risponde: «Padre, perché le tue orecchie non ascoltano ciò che dice la tua bocca? Perché ti inginocchi per adorare inerti pezzi di pietra?».
Frantumare idoli o feticci libera dalla schiavitù, apre altri orizzonti, permette di recuperare una giusta gerarchia di valori. A scuola significa riuscire a scoprire patologie e disfunzioni, smascherare metodi didattici discutibili, i «mostri sacri», le caste e un certo sistema di modi di fare che paralizzano la vita scolastica e le energie migliori.
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