Il resto del mondo Marzo 2007
Il "resto del mondo"
Diamo la parola all’Africa
di Davide CorbettaDavide Corbetta è nato nell’agosto 1985 a Mutoyi in Burundi, mentre i suoi genitori Alessandra e Paolo svolgevano un’attività di volontariato.
Ha vissuto i suoi primi 6 anni in Burundi, Capo Verde, Mali, dove ha intrecciato forti legami d’amicizia con bambini e giovani locali che lo hanno introdotto alla più autentica realtà africana.
Rientrato in Italia ha continuato gli studi. Ora frequenta il terzo anno di filosofia all’Università Statale di Milano.
Al compimento del 18° anno è tornato in Burundi, dove ha incontrato l’ostetrica di villaggio che lo ha benedetto alla nascita e la sua madrina, Gore. Insieme hanno ripercorso i luoghi e gli affetti della sua prima infanzia e le sue più antiche radici.
L’uomo bianco è cieco, è sordo... ma riempie il mondo con le sue parole
L’uomo nero vede tutto, sente tutto... ma non ha diritto alla parola…
(detto dell’Africa occidentale)
Qualcuno lancia un dado, lotteria biologica: uno su sei nasce come me, col culo parato. Uno come me deve prendere l’aereo per vedere le altre cinque facce, per scoprire i cinque volti che non ha. E nonostante l’efficienza del mezzo di trasporto non ci si avvicinerà mai abbastanza per riconoscersi in quei cinque gemelli-specchio, morti ancora prima di germogliare nel ventre di nostra madre.
Pensavo questo mentre mi aggiravo per le baracche di Kibera, mi sentivo solo ogni volta che stringevo per mano la macchina fotografica, ogni volta che, circospetto, la infilavo nuovamente in tasca. Nuvole di bambini intonavano infiniti la cantilena dedicata all’uomo bianco, au aiu?au aiu?au aiu?au aiu?; la filastrocca-del-turista non richiede una risposta particolare, si accontenta di uno sguardo per tramutarsi in danza di corse e rincorse, di abbracci e spintoni, fino a guadagnarsi la mano del visitatore. Loro stringevano la mano e io sentivo stringersi lo stomaco. C’era un bambino che incontravo ovunque andassi, mi riconosceva da dietro e mi strattonava il laccio dello zaino, io lo salutavo e lui, senza rispondere, mi prendeva la mano. Da Uhuru Park a Kariobangi, fino al Kasarani Stadium, sede del Forum; apparente ubiquità compensata dal passo svelto; non sorrideva mai, non parlava mai, non ha mai chiesto niente: voleva la mia mano. Quando l’ho incontrato al Forum era ora di pranzo, pensai di mangiare con lui; ma sapeva di non essere il benvenuto nella zona ristorazione, appena intuì le mie intenzioni sfilò il suo palmo dal mio e corse via.
Non ho mai partecipato ad un altro Social Forum ma so che di certo questo di Nairobi è stato diverso, bastava gironzolare attorno allo Stadium per avvertire il vuoto profondo lasciato dall’assenza di coloro ai quali l’evento mondiale doveva essere dedicato, gli slum dwellers (gli abitanti delle baraccopoli), che a Nairobi si aggirano sui 2,5 milioni rispetto ai 4 milioni del totale degli abitanti della city. È stata eretta una pratica di divieto a chi non poteva sostenere gli effetti della logica del(l’ap)profitto messa in campo. Il primo protagonista viene escluso. Gli altri attori inizialmente sono quasi immobili, disorientati, poi pian piano si lasciano trascinare dal fremito dell’ambiente e così il Forum diviene, ancora una volta, palcoscenico della partecipazione civile alla politica globale: ogni giorno si accalcavano sulla scena decine e decine di incontri, il palco grondava di gente pronta a prendere parola, a raccontare i propri frammenti portati da lontano, minuscole tessere del mosaico che stiamo cercando di incastrare; forse le quinte erano più gremite delle tribune, questo è vero, ma non necessariamente si dovrà parlare di un insuccesso se si osserva la scarsa partecipazione sotto la luce di un aumento della proposta. Non so ancora se mi ritrovo in questa tesi, tuttavia anche le pupille meno fotosensibili dovranno riconoscere il trionfo delle iniziative nate negli slum, in particolare quelle di Korogocho, che hanno richiamato noi pallidi spettatori a confrontarci con quei cinque volti che ci spettavano, e che l’argento di uno specchio non ci ha rivelato.
©Cem Mondialità