Editoriale Novembre 2007
Editoriale
2008, l’intercultura alla prova
Brunetto Salvarani
Il 2008, ormai alle porte, sarà l’anno del dialogo interculturale. La decisione è stata presa nel 2006 dal Parlamento e dal Consiglio europei, allo scopo di favorire espressione ed elevato profilo ad un processo di dialogo fra le diverse culture che, negli auspici dei promotori, dovrebbe ovviamente continuare oltre l’anno stesso. Più nello specifico, gli obiettivi generali dell’anno europeo del dialogo interculturale sono di contribuire a:
- promuovere il dialogo interculturale come processo in cui quanti vivono nell’Unione Europea possono migliorare la loro capacità di adattarsi ad un ambiente culturale più aperto ma anche più complesso in cui, nei diversi stati membri e anche all’interno di ciascuno di essi, coesistono identità culturali e credenze diverse;
- mettere in evidenza il dialogo interculturale come opportunità di contribuire a una società pluralistica e dinamica, in Europa e nel mondo intero, e da essa trarre profitto;
- sensibilizzare quanti vivono nell’Unione Europea, in particolare i giovani, all’importanza di sviluppare una cittadinanza europea attiva e aperta sul mondo, rispettosa della diversità culturale e fondata sui valori comuni dell’UE definiti nell'articolo 6 del trattato UE e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea;
- porre in risalto il contributo delle varie culture ed espressioni della diversità culturale al patrimonio e ai modi di vita degli stati membri.
Come si vede, si tratta di un progetto ambizioso e, per quanto ci riguarda (verrebbe da dire, costitutivamente) da condividere in pieno. Il pluralismo culturale è ormai un elemento fondamentale delle nostre società, come ammettono persino gli stessi fautori del cosiddetto scontro di civiltà (anche se la risposta che vi danno non porta lontano…). Qui al CEM Mondialità, cercheremo di dar conto sulle nostre pagine e sul sito www.cem.coop delle iniziative principali che contrappunteranno la ricorrenza. Tutto bene, dunque? Certo, ma con la riserva di una precisazione che ritengo necessaria per evitare che la cosa si risolva in una delle tante, troppe celebrazioni retoriche che da tempo sono legate ad eventi simili. Mi riferisco al fatto che, dietro l’anno del dialogo interculturale, dovrebbe esserci e crescere l’idea che non stiamo parlando di una situazione eccezionale: ma piuttosto della nuova normalità del dialogo, delle relazioni interpersonali nei nostri Paesi e nelle nostre città. Certo, di una normalità sempre da riconquistare e da fare propria… però, ripetiamolo, della assoluta normalità! La sensazione, infatti, è che ancor oggi molti attori dell’educazione e della formazione, ma soprattutto della nostra politica, vivano la dimensione interculturale come una di quelle guest star chiamate a dar lustro a filmetti di quart’ordine. Come uno stato di imprevedibile eccezionalità, concluso il quale si potrà tornare, finalmente, al solito tran tran di tutti i giorni…
Raimon Panikkar, il grande pensatore-ponte fra l’oriente e l’occidente, scrive al proposito: «L’apertura all’interculturalità è veramente sovversiva. Ci destabilizza, contesta convinzioni profondamente radicate che diamo per scontate, perché mai messe in discussione. Ci dice che la nostra visione del mondo, e quindi il nostro stesso mondo, non è l’unico» (da Pace e interculturalità). Ecco perché un anno tutto dedicato al dialogo interculturale potrebbe rivelarsi una possibilità straordinaria per accettare la crisi culturale che stiamo attraversando su scala mondiale come un’occasione d’oro per porci in discussione. Radicalmente, quanto reciprocamente. Beninteso, nella consapevolezza che ciò non significa affatto che l’interculturalità rappresenti una panacea universale, ma piuttosto un’attività e un cammino nella giusta direzione di marcia. Perché non andrebbe mai dimenticato che, come ammoniva già molti secoli fa il sapiente Pitagora, «dagli altri tu devi imparare le domande, ma le risposte le devi trovare da te stesso».
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