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I paradossi Domenico Milani Novembre 2007

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Ruben Alves   I paradossi

Il sepolto vivo

di Domenico Milani

La breve rubrica dei Paradossi non è, in questo mese di novembre 2007, un frutto di invenzione: si tratta della cronaca di un fatto spaventoso e straordinario del quale fui testimone oculare e, in parte, protagonista. Il fatto accadde il 24 novembre 1944, esattamente 63 anni fa, mentre, assieme ad un gruppo di confratelli studenti missionari, assistevamo agli ultimi spasmodici sussulti della dell’ultima guerra mondiale. Il teatro del fatto: Capriglio, un piccolo paese montano, arrampicato sulle pendici del monte Caio, nell’Appennino parmense, ove vivevamo come sfollati.

È una sera fredda. Assieme ad un confratello, sto rigovernando, in cucina, le stoviglie della nostra parca cena, composta di pane e marmellata ricavata da frutti del bosco.

Da due giorni i tedeschi occupano il paese ove operano un puntiglioso quanto vano rastrellamento. Sono passati a più riprese anche nel nostro «rifugio», un lungo caseggiato in pietra viva, da noi denominato La Provvidenza.

Ogni tanto qualche sparo isolato risuona tra i casolari vicini. L’atmosfera della nostra piccola comunità è pesante.

Ad un certo momento, sentiamo battere alla porta in lamiera della cucina che immette nel piccolo spazio del forno, all’esterno. Silenzio. Dopo un po’, non un battito contro la porta metallica, ma come un grattare di mani e un lamento. Tolgo il chiavistello e mi cade tra le braccia un uomo coperto di sangue che viene verso di me, le braccia alzate. Accorrono anche gli altri. Buttiamo per terra un materasso. Prestiamo le prime cure al poveretto, gli diamo da bere. E ci racconta, come in delirio: «Siamo stati fucilati. Ma gli altri tre sono stati fucilati per primi e io per ultimo. Quando mi hanno sparato col mitra alla spalla sinistra, sono caduto sui loro corpi ancora caldi, fingendomi morto. Hanno sollevato il mio braccio sinistro coperto di sangue. Hanno detto “ja, ja, kaputt!”. E sono andati via. Ma io non ero morto. Ho smosso la terra per respirare. Dopo, pian piano, mi sono alzato e sono arrivato fino qui…».

Il casolare di Casa Galvana, ove erano stati fucilati i 4 alpini, fuggiaschi della divisione «Monterosa», dista un chilometro dal nostro rifugio. Per trascinarsi fino da noi, il ferito, attraversando il bosco tra stenti indicibili, ci aveva messo tre ore, animato da un desiderio forsennato: «Non devo morire!».  

Gli prestiamo le prime cure e gli somministriamo un forte calmante. Ad intervalli, come in una cantilena soffocata, rievoca i nomi dei suoi compagni rimasti sepolti lassù: Corinno, Silvio, Ivo … Lo vegliamo tutta la notte ma, intanto, affiora alla nostra mente una domanda angosciosa: come faremo, domani mattina, quando si presenteranno i tedeschi? Rischiamo di rimetterci la pelle tutti. Dopo una fervida consultazione, si decide: li chiamiamo noi per primi per metterli al corrente che, nella notte, «abbiamo raccolto questo contadino moribondo, colpito da una pallottola vagante mentre tornava dai campi!».

Mettiamo al corrente di questo piano il nostro ospite il quale, naturalmente, si ribella e dice che così l’avremmo buttato in pasto ai tedeschi! Gli facciamo coraggio e gli raccomandiamo di fare proprio il morto quando verranno.

Arrivano i tedeschi. Il loro capo estrae il revolver e vuol sparare al malcapitato, ancora disteso sul materasso. Mi oppongo con forza. «Non vede che è già morto?!».

Un istante di incertezza. Arriva di corsa, da fuori, un soldato. Parla, concitato, all’orecchio del capo. Ordine secco di quest’ultimo al suo drappello: «Si parte!». Escono tutti di corsa da casa nostra. Il rastrellamento è finito!

Noi tutti, e il ferito con noi, esplodiamo in un grido di gioia. E poi, come febbricitanti, prepariamo la partenza per Parma. Presto il traino, presto il cavallo da mettere tra le stanghe, presto il giaciglio, presto la coperta, presto il grande barattolo da conserva per i bisogni, presto i due confratelli che si incamminano verso Parma, al passo lento del cavallo. Arrivano a sera tarda, stanchi morti. Telefonata all’ospedale, ricovero urgente, amputazione del braccio già in cancrena. Degenza di qualche settimana. Organizzazione della fuga dall’ospedale, nottetempo, complici dottori e missionari, nel carretto per il trasporto latte, trainato dalla bicicletta della sorella del ferito, travestito da vecchietta. Dopo aver superato vari posti di blocco, per vie traverse, arrivo a Migliarina (Carpi ) la sera del 6 gennaio 1945, giorno dell’Epifania. Abbracci e lagrime.

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