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Il resto del mondo Novembre 2007

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   Educare al pluralismo religioso

Il corpo ferito (prima parte)

di Lidia Maggi - pastora battista

 

Lo scenario biblico

La Bibbia ci racconta che siamo stati creati da Dio come corpi. E i corpi non sono un peso, un carcere per l’anima. Essi sono «molto buoni». E relazionali: differenziati per generi, sono chiamati a vivere la relazione affettiva come immagine del divino.

La relazione è luogo dello stupore («osso delle mie ossa, carne della mia carne»), ma anche della fragilità, dell’odio e della distruzione: il corpo di Abele dissanguato, la vergogna della coppia primordiale per i corpi nudi...

La creatura umana, posta tra Dio e gli animali, è tessuta di nefesh (respiro) e basar (carne). Essa deve fin da subito fare i conti con quei dualismi, di cui noi cogliamo i limiti ma anche le ragioni.

Il corpo violato

Il corpo abita una spazio, ha un suo confine, una sua alterità da rispettare; ed insieme permette un’intimità che, a tratti, sembra annullare tale confine per poi ristabilirlo. Contatto e distanza, alterità e vicinanza: la relazione è il respiro del corpo.

Quante patologie quando si tentano di annullare i confini, la necessaria distanza. Si pensi al corpo sovraesposto, oppure ai continui tentativi di modificarne i confini naturali, attraverso diete, o più drasticamente, per mezzo della chirurgia plastica. Il corpo viene violato, «stuprato» per assecondare modelli esterni, sociali, o inseguendo utopie estetiche...

Un corpo tutto esibito come può custodire la propria alterità?

Da un corpo ferito perché negato, non guardato, ad un corpo ferito perché oggetto di uno sguardo totalizzante che riduce l’altro a oggetto (Sartre).

E senza confine, non c’è contatto....

Il corpo è tensione di più dimensioni: limite e relazione.

I nostri tentativi di parlare del corpo sono necessariamente parziali perché valorizzano alcuni aspetti e ne dimenticano altri: l’handicap, la vecchiaia, i portali d’ingresso nella vita, la sessualità, le emozioni, i sensi...

La stessa lettura paolina della comunità cristiana come corpo, si gioca sulla tensione tra le diverse parti, sulla loro complementarietà ed alterità. 

E persino questa pluralità in tensione è facilmente trasformabile in un dualismo che distingue tra le parti nobili e quelle meno nobili, come nell’infame apologo di Menenio Agrippa!

Da questo veloce scorcio dello scenario, lo sguardo si sposta sulla scena, attirato dalla presenza di un corpo di donna, l’emorroissa.

Marco 5, 25-34

Colpisce il sangue, certo, simbolo della vita ed insieme indice di un altro dualismo, fortemente radicato nella cultura ebraica: la separazione tra puro ed impuro.

Un dualismo decisamente problematizzato dall’interno della tradizione biblica proprio da quel profeta itinerante che osò toccare l’intoccabile.

Il toccare caratterizza quasi tutte le guarigioni in Marco. Gesù viene toccato dalla folla, tocca e si lascia toccare. La sua predicazione è soffio, respiro, ma anche contatto fisico. Sana imponendo le mani e, a volte, il tocco richiede tempo, intimità: in disparte...; altre volte si articola in tanti gesti, come nel caso del cieco nato o del sordomuto, per i quali la guarigione ha richiesto tempi lunghi, percorsi complessi.

Per Gesù la sofferenza e la malattia non sono spettacolo. Preferisce sanare a tu per tu, nel privato. Tuttavia, nel caso della donna colpita da una perenne emorragia, Gesù osa ricercare il confronto pubblico perché in gioco c’è pure il tentativo di sanare una frattura, un dualismo sociale che separa il puro dall’impuro.

La donna malata si intrufola tra la folla e «strappa» una guarigione a quel terapeuta, apparentemente ignaro. Ma Gesù si accorge che un’energia è uscita da lui ed ha raggiunto un altro corpo.

La storia del sangue fermato fa da controcanto alla storia del sangue versato di Abele. Nella scena genesiaca l’energia viene dispersa per terra. In quella evangelica l’energia viene restituita.

«Chi mi ha toccato?», chiede Gesù voltandosi alla ricerca di quel corpo ferito.

Il Gesù di Marco è caratterizzato come «colui che sfugge», che non si può afferrare in una definizione. Nessuno riesce a comprendere fino in fondo la sua messianicità, ed ogni volta che si riesce ad intuire qualcosa in più sul mistero della sua persona, ecco che Lui è già da un’altra parte. «Maestro, tutti ti cercano... e se ne andò da un’altra parte...».

Tuttavia, ad una cosa non sembra sottrarsi: alla sapienza del corpo.

In questa storia la sofferenza viene raccontata prima di tutto con un riferimento alla differenza di genere: una donna. Il secondo riferimento è temporale: il corpo è all’interno di una narrazione, di una storia. Non è statico, non è un fotogramma di un film. Pur nella sua fragilità, ha in sé la possibilità di narrare, di contare gli anni: nascere, crescere ammalarsi, guarire... morire. C’è un’idolatria del corpo che lo strappa dal tempo, per appiattirlo nell’immediatezza, quasi eternizzandolo. La donna che Gesù sana ha sofferto per dodici anni, numero simbolico per dire un periodo lunghissimo, una stagione completa della vita. 

Il testo si dilunga nel narrarci una sofferenza acutizzata da chi dovrebbe invece curare: «Aveva molto sofferto per opera di molti medici». Corpo violato, ospedalizzato, dissanguato anche economicamente, stremato, senza forze né mezzi.

Gesù ascolta il grido espresso dal corpo ferito. Ne ricerca poi lo sguardo per legarlo ad una storia, ad un incontro. La donna, pur impaurita, non si sottrae a quella ricerca di sguardi. Non è una relazione magica quella raccontata in questa storia. La donna non ha toccato la statua di san Gennaro o di padre Pio, ma un corpo vivo, che pulsa, che si muove, parla, ama, agisce ed emana energia. Egli viene a sapere dalla donna tutta la verità, ovvero che  quella sua energia l’ha rigenerata e sanata.

Perché il processo di guarigione sia completo ci vuole una narrazione, un’elaborazione di quanto è accaduto. Rivisitare gli anni della malattia, narrare la solitudine subita...

La sapienza del corpo richiede mediazione. Quest’ultima, tuttavia, non è esente da rischi e può diventare idolo che ferisce il corpo. Di questo dovrebbe, forse, essere più consapevole una certa psicanalisi quando, per curare le ferite affettive, depone i corpi sul lettino.

Il corpo della donna, pur ferito, ha fede nella possibilità di cambiare, crede che la ferita possa essere sanata. Lei tocca. La dinamica del credere è quella di un corpo attivo che incontra un altro corpo in uno scambio di energia.

Un corpo esiliato dagli spazi della fede

Il corpo è stato spesso esiliato dagli spazi della fede. È il grande assente nelle celebrazioni liturgiche e, generalmente, nella vita delle chiese. 

Pur celebrando i segni della fede, tutti legati al corpo come il lavaggio battesimale o la cena eucaristica, fatichiamo ad annunciare una parola in grado di risuonare nella vita concreta delle persone.

La fede nel Dio incarnato ha iscritto nel proprio dna la preoccupazione di restituirci la gioia e la fatica di abitare un corpo, il mio, il tuo. Un corpo abitato dalla presenza dell’energia vitale del divino. Trasfigurato non perché reso evanescente ma in quanto toccato, accolto, amato. 

La scena evangelica indica il prendere sul serio il corpo e la sua sapienza, il credere alla sua bontà e, insieme, il riscoprire i sentieri corporei del divino. Dare fiducia al corpo e dare corpo alla fede!

 

©Cem Mondialità

 

 

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