Editoriale Ottobre 2007
Editoriale
Torna il maestro, ma quale?
Brunetto SalvaraniL’estate appena conclusasi ci ha regalato, assieme alla solita paccottiglia di volgarità e malcostume che purtroppo caratterizza questo nostro ipotetico Belpaese, alcuni segnali in controtendenza, che hanno curiosamente riportato in vita - diciamo così - la figura del maestro. Alla rinfusa, eccoli. Repubblica ha dedicato un editoriale, di Pietro Citati, alla nobiltà di un mestiere che da tempo non riceve adeguati riconoscimenti, né sociali né pecuniari. È stata presentata una miniserie che andrà in onda su Canale 5 in autunno, O’ professore, protagonista Sergio Castellitto, ispirata ai racconti di Paola Tavella Gli ultimi della classe. Si è celebrato a più riprese l’anniversario della scomparsa di don Milani, quarant’anni dopo: è innegabile che la personalità del prete-educatore fiorentino, col passare del tempo, risulti una delle più influenti della seconda metà del Novecento. Mentre la morte dello scrittore Luigi Meneghello, noto soprattutto per il bellissimo Libera nos a Malo, ha rimesso in luce altri suoi libri notevoli, come Fiori italiani. Che, sostenuto da un impegno civile dichiarato, narra di storie di banchi di scuola, di studentelli, di materie di studio, nascendo dal tentativo di rispondere alla domanda che cos’è un’educazione? a partire dalla conoscenza del negativo della risposta, cioè che cos’è una diseducazione. Infine, il Festivalfilosofia ha organizzato a Carpi una riuscita mostra su Alberto Manzi, il maestro per eccellenza di tutta una generazioni di connazionali oggi cinquanta-sessantenni, che fu anche tra i collaboratori del CEM dei primordi, e che già il nostro Gianfranco Zavalloni, nel numero scorso della rivista, ha ricordato con giustificata nostalgia.
Dentro la nostra storia - sostiene David Bidussa - c’è sempre l’immagine di un maestro che arranca, non ce la fa con lo stipendio, ha problemi con la propria immagine in un Paese che ha sempre meno rispetto per chi sta dietro una cattedra. Una figura con alterne fortune, ma su cui si sono spesso riflesse le inquietudini sociali di una realtà che ha fatto i conti a fatica coi processi di modernizzazione: ma soprattutto che si è vista investita di un doppio ruolo, da un lato rappresentare le idee forti dello stato, dell’amministrazione pubblica nelle sue varie stagioni, e dall’altro personaggio di frontiera, ultimo anello di congiunzione tra uno stato lontano ed una società sommersa…
Prima apostoli laici, poi educatori fascisti e quindi convinti assertori del primato cattolico nell’educazione nella vita civile, i maestri sono stati i garanti del formarsi dell’identità nazionale. Attraverso loro, con romanzi o fiction, si sono raccontati non solo i nostri successi o insuccessi, ma anche malesseri, difficoltà, e forse addirittura la credibilità del Paese. Un racconto che, alla fine, presenta solo due tipi di storie: o la descrizione dei conflitti dentro la classe dove la figura del maestro costituisce il punto di mediazione; o il focus sulla solitudine del maestro costretto a rincorrere i propri ragazzi fin dentro le loro case, a cercarne le famiglie, a convincerle che la scuola rappresenta un’occasione forse unica di riscatto sociale. Le due trame hanno popolato l’immaginario italico, da Cuore e Storia di un maestro di De Amicis a Padre padrone di Ledda. Siamo ancora lì. Però non è solo una questione di stipendi (anche se il problema c’è tutto e non è piccolo), ma anche di funzioni, di senso dell’istruzione oggi, in una fase di enormi trasformazioni quotidiane del reale. E potrebbe non servire affidare di nuovo ad una figura di maestro missionario il suo auspicabile riscatto…
Un suggerimento, a margine, alla RAI e al ministero competente: è proprio impossibile pensare ad una nuova edizione del programma Non è mai troppo tardi, ideato in una TV in bianco e nero proprio da Alberto Manzi, rivolta ad insegnare l’italiano ai tanti stranieri che vivono in Italia? Lo stesso Manzi, nell’ultimo periodo della sua vita, ideò qualcosa del genere per RAI Tre, ed anche RAI Educational qualche anno dopo. Non vale la pena di riprendere il discorso? Si tratterebbe, credo, di un’ottima opportunità per una reale interazione…
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