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A scuola e oltre Ottobre 2007

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Rita Vittori   Genitori efficaci

A scuola con quale corpo?

di Rita Vittori

Vorrei proporvi una riflessione sul tema dell’anno, l’umano e il post-umano nell’educazione, un argomento che cerca di esplorare l’influenza delle nuove conquiste dell’ingegneria genetica, dell’informatica, delle nanotecnologie, sull’atteggiamento nei confronti di se stessi, degli altri, della vita stessa nelle nuove generazioni.

Giustamente è stato rimarcato come il corpo sia ancora, per fortuna, il veicolo della nostra vita, quello che mostra i segni del nostro legame con l’universo intero, la sede dell’unità psicofisicospirituale con la quale attraversiamo il tempo, l’unico a poter diventare la forma di resistenza ultima a condizioni esterne che cercano di mutarne la forma.

Se la tecnologia può essere vista come una estensione delle varie facoltà dell’uomo, amplificandole superando i limiti fisici e dando la sensazione di opportunità illimitate, il rischio che si prospetta di fronte a noi è l’impossibilità di distinguere tra ciò che è artificiale e ciò che appartiene comunque alla natura come organismo vivente. Il prefigurarsi, come futuro possibile, di un assoggettamento del corpo e della vita all’ingegneria genetica o di una vita virtuale parallela, magari più appagante di quella reale, pone interrogativi importanti agli educatori e agli insegnanti.

Riflettere in modo nuovo sulla centralità del corpo come strumento di apprendimento, di comunicazione, di ascolto e di approccio ad una spiritualità che libera da vecchi pregiudizi e diventa inno alla vita. Il corpo è l’intermediario con cui avvertiamo bisogni, impulsi, desideri, sentimenti, pensieri. Al suo interno c’è quel mondo che ci spinge a guardarci intorno, a vederne le storture e a godere delle sue bellezze; al suo interno vivono i nostri sentimenti che ci fanno avvertire indifferenza o ci fanno inorridire nel conoscere i destini dei vari popoli; al suo interno vive la tensione verso l’invisibile trama della vita e la ricerca del divino; al suo interno ritroviamo la forza per fare scelte diverse da quelle che alcune forme di potere cercano di imporci. Spesso il suo interno diventa anche il luogo ove il disagio di vivere in un determinato contesto storico e sociale diventa visibile anche come malattia.

Quale corpo a scuola?

La prima osservazione da fare è nella scuola, dove l’allievo ancor oggi arriva in classe, si siede e ascolta o scrive o legge o sta davanti ad un computer. Ancora oggi è valido quanto ha scritto Carl Rogers, secondo il quale l’apprendimento avviene «dal collo in su», impegnando solo la mente dell’allievo, mentre l’aspetto emotivo e corporeo viene ritenuto «un disturbo». La richiesta che la scuola fa all’allievo è di far tacere il corpo e le sue emozioni quando comincia la lezione. Questo corpo dimenticato ogni tanto reclama le sue urgenze fisiologiche riconosciute e disciplinate nel tempo dell’intervallo (quando si può andare in bagno); tutti i sentimenti vissuti durante il processo di apprendimento vengono lasciati a se stessi in una dimensione grezza; l’esigenza di fare per apprendere è un lusso che la scuola italiana non può permettersi di prendere in considerazione.

Questo è il dato di fatto.

Ma oggi si aggiunge un altro fatto: se fino a pochi decenni fa i bambini in gruppo potevano fare esperienze importanti per una crescita armonica, correndo liberamente nei cortili o nei vicoli, arrampicandosi sui muretti o sugli alberi, perché esistevano luoghi senza pericoli in città o in paese, oggi essi nascono e vivono in spazi molto ristretti (negli appartamenti o nelle villette), per cui le loro esperienze concrete sono molto ridotte. Fin da piccoli si trovano a dover limitare le esperienze sensoriali in spazi chiusi, che non permettono quelle corse forsennate tanto importanti per sperimentare lo spazio nelle sue dimensioni, il coordinamento gambe-braccia per non cadere, la valutazione della distanza degli ostacoli da evitare (che siano persone o strutture o alberi ecc). Giocare in spazi aperti, magari con gli amici, senza la presenza di un adulto che continuamente sorveglia, disciplina, indirizza, metteva i piccoli nella condizione di imparare a rispettare le regole del gioco, altrimenti i più grandi o il gruppo si sarebbero ribellati, o di sottostare anche alle prepotenze dei più forti o dei più grandi, che insegnavano loro a distinguere le ingiustizie perché le avevano provate sulla loro pelle, oltre a tanti altri apprendimenti, come il senso del gruppo, la solidarietà o l’esclusione ecc.

Bambini senza corpo

Oggi come insegnanti ci troviamo di fronte a bambini con molte conoscenze, anche se slegate o frammentate, ma inconsapevoli di avere un corpo. Troviamo alcuni di essi che malgrado entrino alla scuola primaria non sanno salire speditamente le scale o sono terrorizzati dal salire su una sedia e saltare per terra; altri, per contro, si muovono o corrono senza valutare ciò che hanno intorno, quindi cadono o vanno a sbattere contro i compagni. Spesso molti bambini non riescono a riconoscere i loro bisogni né emotivi, né corporei, in quanto abituati ad avere un contesto che li anticipa prima di essere avvertiti e li facilita in tutto. A volte danno nomi sbagliati ai bisogni corporei (dicono di aver sete invece si tratta di fame, non sanno distinguere dove hanno male: lo stomaco è confuso con la pancia, ecc.). Nessuno insegna loro a distinguere e dare i nomi giusti alle varie sensazioni o sentimenti: essi stanno bene o male; la grande varietà dei sentimenti con le loro gradazioni, che vengono avvertite nel corpo e grazie al corpo, non hanno nome e vengono somatizzate ed espresse con azioni, movimenti e reazioni aggressive. Sempre più spesso oggi i bambini reagiscono con pugni, calci, spinte quando in un gioco un compagno esprime un parere diverso, o i genitori pongono dei veti su alcuni comportamenti. L’incapacità di contenere nel corpo emozioni fastidiose o dolorose, come quelle che si provano quando gli altri esprimono la loro differenza, diventa subito azione senza pensare alle possibili conseguenze.

La scissione tra l’aspetto mentale e l’aspetto emotivo nei bambini sta diventando sempre più evidente, ciò ha delle conseguenze anche nelle relazioni interpersonali: molti bambini tendono a concentrarsi su di sé e a considerare violenza tutto ciò che impedisce loro di fare ciò che desiderano; distorcono continuamente la percezione degli eventi e li leggono solo alla luce dei loro desideri; faticano a sviluppare l’empatia nei rapporti con gli altri e li percepiscono solo come disturbi al loro agire. Bambini quindi in balia di percezioni interne ed esterne che non riescono ad interpretare nel giusto modo, a cui di conseguenza danno risposte inadeguate. Ne risulta anche un alto livello di ansia, spesso sedata con farmaci, come risposta alla sensazione di non avere gli strumenti giusti per vivere la vita.

Il corpo da mostrare

Un’altra caratteristica è che già dalla scuola primaria si nota la consapevolezza, sia nei maschi sia nelle femmine, che il corpo sia un oggetto da mostrare. L’attenzione dei genitori alle apparenze si traduce in una cura esagerata dell’abbigliamento e degli accessori, che non devono rispondere ai criteri di praticità, bensì rendere visibile la griffe: si spendono quindi notevoli somme di denaro per acquistare lo zaino, il diario, i quaderni, le penne; senza parlare dell’abbigliamento, che in alcuni casi già fa intravedere una volontà di seduzione femminile inadatta all’età.

E da lì cominciano i primi tormenti: vorrei capelli in un certo modo, non ho l’altezza giusta, non ho il peso giusto, non ho l’abbigliamento adatto, ecc. Il peso dell’omologazione a modelli sempre più esterni porta a cercare di non ascoltare ciò che il corpo da dentro cerca di affermare, ma di farlo adattare a come penso che gli altri mi vogliano. In fondo è cambiato il contesto, ma le pressioni sono analoghe a quelle che tutte le generazioni hanno provato.

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