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A scuola e oltre Ottobre 2007

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Antonella Fucecchi   Generazione Y

Il simbionte che è in noi

Antonella Fucecchi

La centralità del dibattito sul postumano ruota intorno al corpo inteso come spazio, luogo, sistema comunicativo, codice. Da sempre oggetto di manipolazioni, il corpo è superficie da scrivere, tatuare, perforare, decorare è teatro e attore di attività simboliche che l’essere umano ha praticato in vario modo operando trasformazioni e modifiche esteriori che hanno sempre trasmesso messaggi di tipo politico, culturale, religioso.

Le trasformazioni nel campo della biotecnologia in senso lato oggi in atto turbano ed interpellano sotto vari profili: evocano fantasmi mitologici e rappresentano il delirio demiurgico punito nel mito: l’inventore della tecnologia, Prometeo, orrendamente castigato dagli per aver donato il fuoco agli uomini, sarebbe anche il creatore del genere umano tratto da fango e argilla.

Le manipolazioni del corpo, la creazione di esseri parzialmente artificiali, sono da sempre la tentazione suprema, impossessarsi del copyright divino per creare e non procreare, ricavare uomini non per via sessuale, ma in laboratorio, dando vita a mostri più o meno pericolosi: uno per tutti, Frankenstein. Ma non possiamo dimenticare il Golem, colosso nato per difendere la comunità ebraica di Praga dai sistematici e ripetuti attacchi antisemiti e sfuggito poi al controllo del suo creatore che aveva impresso sulla fronte il tetragramma divino dandogli vita. Gli esiti di queste sperimentazioni sono in genere catastrofici, se escludiamo Pinocchio.

Tuttavia né il Golem, né Pinocchio sono veri e propri simbionti, vero cybrog è Frankenstein per la sua combinazione di elementi biologi e artificiali che ne fanno un essere bionico o sintetico.

Non di sola carne, il corpo postumano

L’innesto o l’impianto di protesi artificiali sul corpo è antico quanto l’uomo. Non c’è dubbio che il biberon o il bastone, gli occhiali o le lenti a contatto siano protesi, come un apparecchio acustico o una capsula dentaria: si tratta di strumenti volti a compensare una perdita, a recuperare uno svantaggio o un deficit: la loro visibilità materiale che ne sottolinea la presenza, non suscita reazioni negative, in qualche modo attenua le nostre resistenze, pronte a riaccendersi, però, nel momento in cui s’insinua il sospetto che l’arto o la protesi possano migliorare o amplificare le prestazioni (il caso Pistorius) o quando il portatore mostra di averle interamente integrate nella propria percezione corporea e nella rappresentazione di sé.

Ma esistono protesi che operano dentro di noi senza apparire: il bypass, o il pacemaker o il cristallino artificiale; ma siamo, da tempo, soggetti ad alterazioni ancora più radicali: gli antibiotici o le droghe o le sostanze psicotrope modificano profondamente il corpo dal suo interno.

Benché il termine postumano sembri alludere a realtà future, al «non ancora», non c’è dubbio che sulla strada delle manipolazioni ci siamo incamminati da tempo. Sui surrogati, del corpo è in atto una riflessione ormai decennale: Umberto Eco (Kant e l’ornitorinco, Rizzoli, Milano 1997) distingue le protesi in sostitutive che suppliscono a deficit (il pacemaker), estensive che espandono il normale funzionamento del corpo (i trampoli), magnificative che esaltano e potenziano alcune facoltà (il telescopio). Tomas Maldonado, (Critica della ragione informatica, Feltrinelli, Milano 1997) propone invece una chiave di lettura diversa e distingue tra protesi motorie che accrescono le nostre capacità di azione (automobile), sensorio-percettive, cioè correttive (occhiali, apparecchi acustici), protesi intellettive (computer), protesi sincretiche (robot industriali intelligenti).

Alcune di queste protesi sono ormai essenziali e la loro presenza ha attivamente modificato la nostra percezione del mondo, dello spazio, del tempo, della comunicazione (per esempio il telefonino).

L’orizzonte che si apre ci induce a considerare questi elementi non come giustapposizioni o applicazioni transitorie esterne e rimovibili, ma come impianti consustanziati, come vere e proprie tecnologie incarnate.

Anzi, sono già parte integrante del corpo postumano, come conferma l’interessante saggio di Francesca De Ruggieri, Matrix and the City. Il corpo ibrido nel cinema e nella cultura visuale, edizioni ETS, Pisa 2006. L’autrice osserva che «il corpo postumano, nodo all’interno di una rete comunicativa e informativa, espande necessariamente i suoi confini e questo incide sulla “propriocezione”, ovvero sulla percezione del proprio corpo e delle relazioni con i corpi degli altri».

Ciò pone di nuovo in discussione, per l’ennesima volta, la centralità dell’essere umano e la sua necessità di interagire con l’alterità, non più culturale, ma tecnologica che già lo pervade. Questo sembra essere il decentramento definitivo, rispetto a quello copernicano (la Terra non è al centro del sistema del solare), darwiniano (l’uomo non è al vertice di alcuna piramide, ma è frutto di evoluzioni), freudiano (la scoperta dell’inconscio, l’Io non è padrone in casa propria).

Tre ipotesi di postumanesimo

Nel testo citato, la De Ruggieri indica tre modalità possibili di impostare il dilemma del rapporto con la tecnologia ispirate alle posizione teoriche di tre autori.

  • Ian Chambers (Sulla soglia del mondo. L’altrove dell’Occidente, Meltemi, Roma 2003) sostiene che tecnologia è umanesimo, in quanto trionfo e punto di approdo della metafisica occidentale, espressione riuscita dell’aspirazione a «mondeggiare» il mondo e ad appropriarsene tecnologicamente. La prospettiva è antropo ed eurocentrica. Analoghe sono le posizioni del transumanesimo (di cui Huxley fu esponente) che vede nella tecnologia il superamento dei limiti biologici (morte e malattia) e l’occasione per potenziare il genere umano, con curvature superomistiche. La prospettiva include anche la possibilità di fare spazio ad una stirpe nuova destinata a soppiantare quella umana che sta ponendo le basi per la propria sostituzione trasferendo le sue potenzialità migliori ad un corpo robotico. (è lo scenario immaginato da Houllebecq).
  • Alberto Abruzzese (Che senso ha parlare di postumano, in Mediazone, www.mediazone.info) afferma che il corpo postumano mette in crisi il sapere umanistico tradizionale, rivoluziona gli assetti, nel momento in cui è la macchina a dettare legge, a rivoluzionare stili e linguaggi, sarà l’uomo ad adeguarsi allo strumento e non viceversa; è il mondo a dominare gli esseri umani, e non il contrario. È, infatti il linguaggio delle cose a regolare quello umano.
  • Donna Haraway, autrice di Manifesto cyborg, Feltrinelli, Milano 1995, vede nel postumano una occasione di superamento dei dualismi (uomo-donna, corpo-mente, organico-inorganico). Il cyborg «incarna un’ontologia della molteplicità ed è un attacco alla logica della comunicazione perfetta, poiché introduce il prevalere dell’ambiguità, dell’indeterminatezza e dell’asimmetria tra significato e significante» (De Ruggieri, pag. 21). Il manifesto cyborg introduce una visione positiva e sinergica del rapporto uomo macchina. Le dita che battono freneticamente sulla tastiera, gli occhi sul monitor ci restituiscono una realtà ancora corporea in cui però il corpo perde i suoi limiti per disseminarsi in uno spazio dilatato e distante .


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