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Il resto del mondo Ottobre 2007

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   Letteratura per l'infanzia

Il corpo ferito

di Lidia Maggi
pastora battista

È una scena antica: ha il sapore del mito; ma evoca odori quotidiani, ordinari: la terra, il sangue...
È la rappresentazione del primo corpo morto, ucciso. La storia di Abele. La sua voce è muta ma il suo sangue grida. Un grido ascoltato non solo da Dio, il quale chiede ragione a Caino di quel sangue versato.
Di fronte ad Abele, primo corpo morto, fluiscono domande di senso che suscitano tentativi di risposta: e dopo la morte?
In questo scenario biblico, come possibile risposta alla questione della morte, fa la sua comparsa la rappresentazione greca.

I greci

I greci hanno pensato che non poteva finire tutto così, che Caino poteva uccidere il corpo di Abele, ma non la sua anima.

Poiché l’essere umano è fatto di anima e corpo. 

E così, in quell’occidente che ha le sue radici sia in Gerusalemme sia in Atene, quando si parla di corpo si fa riferimento ad una ferita originaria causata dalla divisione del corpo dallo spirito. Una scissione che evoca in tutti noi immaginari esperienziali: la colpevolizzazione del piacere, la denigrazione del corpo rispetto allo spirito...

La ferita che questo dualismo ha causato nel nostro rapporto col corpo ci fa dimenticare che, in genere, questi dualismi non nascono a tavolino bensì da precise esperienze esistenziali: esigenza di conservare una speranza che vada oltre la morte, di dare una risposta al grido di Abele...

Il dualismo greco, dunque, come tentativo di rispondere ad una domanda esistenziale. Quando l’intuizione è stata esasperata, strappandola dalla domanda da cui nasceva e resa sistema, allora è sorta una gerarchia tra corpo ed anima, un’opposizione fatale... Ma all’inizio non era così!

Davvero pensiamo che i greci disprezzassero il corpo in favore dell’anima? Basterebbe osservare la produzione artistica: le statue, la corporeità dei miti greci..

Gli illuministi

Il corpo di Abele senza vita interpella anche coloro che non vogliono appoggiarsi sulle stampelle della religione. Anche costoro provano a delineare il loro tentativo di risposta e, paradossalmente, anche costoro cadono in un dualismo che rischia di mutilare il corpo.

Gli illuministi, di fronte al gesto irrazionale di Caino, hanno pensato di distinguere la testa dalla pancia, l’ordine razionale da una corporeità istintiva ed incontrollabile. Fare leva su un’intelligenza capace di andare oltre l’istinto. L’illuminismo, che ha la sua radice in una società di corpi contro corpi, di guerre di religioni, è stato il tentativo di cercare dei criteri che andassero oltre la particolarità del corpo, ecclesiale o sociale...

Anche in questo caso, riconosciamo che la testa è diventata così pesante da aver adombrato il corpo; ma possiamo in tutta coscienza negare l’intento positivo nel tentativo di dominare le emozioni, di frenare il fanatismo letale delle passioni?

Dalla negazione del corpo al culto del corpo

Noi ereditiamo i corpi feriti dai diversi dualismi. Con le loro conseguenze e degenerazioni.

Dalla negazione del corpo, nelle sue forme più diverse: ascesi, flagellazione, assenza dal sacro...

All’estremo opposto: il culto del corpo, il mito dell’eterna giovinezza, tra palestre, cosmesi e diete...

Come sanare le ferite del corpo che sono stata inflitte proprio nel tentativo di guarirlo? È come se il buon samaritano, che ci ha soccorso sulla via per Gerico quando la vita ci ha aggredito, ci ha derubato, lasciando il nostro corpo nudo, sanguinate e mezzo morto, nel tentativo di metterci sul cavallo con un gesto maldestro ci avesse lasciato cadere…

Si può davvero arrivare a rinunciare alla strategia del dualismo, nelle sue diverse forme: greco, giudeo-cristiano, ellenistico-cristiano, illuminista? Col rischio di accontentarsi di un generico orizzonte spaventosamente univoco.

Sento disagio per quelle letture «a senso unico» che valorizzano e assolutizzano un aspetto della corporeità. Come la sessualità: tutto diventa sessualità... Ma è davvero così che io mi sento? Chi sono io, in verità? E il mio corpo? E poi, di fronte alla morte, al limite, alla fine dei nostri giorni? Possiamo davvero trovare una risposta di senso pensando che nella morte c’è un ritorno al ciclo primordiale? E che ne è dell’individualità della persona, dell’individualità del corpo? Di questo corpo singolare.

Voglio dire: ogni tentativo di risposta è necessariamente parzialeecorrefacilmente il rischio della degenerazione, mutando il farmaco in veleno.

Tuttavia non possiamo banalizzare il problema ed evitare di interrogarci seriamente sulle motivazioni profonde che hanno indotto a formulare soluzioni inadeguate. L’ambiguità è nella stessa corporeità: limite e possibilità.

Un ascolto empatico

Èproprio la sapienza del corpo a suggerire la necessità di un ascolto empatico, un ascolto che recuperi anche le intenzioni di quelle riflessioni che hanno ferito il corpo. La ferita, del resto, è ambivalente: è lacerazione dolorosa, che rende il corpo più vulnerabile, ma anche feritoia, spazio che amplia il confine del corpo, troppo spesso rinchiuso nella sua statica geometria.

E del resto, non è anche nel dolore che diventiamo consapevoli del corpo? Improvvisamente nella malattia scopriamo che non possediamo un corpo: siamo corpo!

Nei luoghi asettici i corpi non vivono! Il corpo è tensione che non può mai essere sciolta. È, infatti, il luogo delle contraddizioni più forti.

(primo di una serie di due articoli)

Storia del corpo

Appunti dal pensiero filosofico e teologico

I filosofi greci e il corpo

  • Nel pensiero antico l’assioma filosofico di fondo è che la divinità è eterna, immutabile e quindi anche impassibile (apathes), mentre la materia è il luogo del divenire, della passibilità. Queste categorie fisiche o metafisiche diventano poi morali quando si tratta di delineare la meta del saggio (l’assimilazione a Dio, homoiosis theo): allora il corpo partecipa della sofferenza, del pathos, dell’affettività, della generazione, mentre l’intelletto partecipa del mondo divino.

Filone, l’eredità cristiana e il corpo
In Filone avviene un fatale incontro tra:

  •  la linea platonica del piacere, inteso come fonte di disordine individuale e sociale;
  •  la linea stoica in cui il piacere è considerato sostanzialmente estraneo alla costituzione originaria dell’uomo;
  •  il carico di una reinterpretazione di dati biblici.

In Filone quindi il presupposto acritico è soprattutto il subordinazionismo di genere che nega alla femminilità, metafora della sensibilità e corporeità, il carattere originario dell’essere umano creato ad immagine di Dio.

Agostino e il corpo

  •  Per Agostino il piacere è causa ed effetto del peccato; la sequenza concupiscenza-(libidine) piacere-peccato pesa a partire soprattutto dall’attrazione semantica della dicotomia paolina desideri-della-carne/desideri-dello-Spirito (Rm 8, 5-6; Gal 5, 16-17), che tuttavia in Paolo non è una distinzione morale ma teologica, non ellenistica, tantomeno manichea, ma semitica.

Il pensiero moderno e il corpo

  •  A partire dall’età moderna la ragione si separa sempre più dal corpo, dalle emozioni, e diventa una asettica investigatrice di una verità intesa come adaequatio rei ad intellectum, e non più come salvezza escatologica che riguarda me e tutto il mio coinvolgimento personale, una verità dalla dinamica storica ed escatologica.
  •  La modernità ha conosciuto la riduzione cartesiana della ragione che l’ha illusoriamente resa oggettiva separandola dal resto delle facoltà umane; Freud è stato costretto a recuperare «nevroticamente» l’onnicomprensività e la radicalità delle spinte pulsionali sessuali, ridotte in cantina da una razionalità asettica e fredda.
  •  Si dovrà aspettare, tra altri apporti, il cuore pensante di Etty Hillesum, per recuperare l’importanza del corpo, quando «Auschwitz» assurge a simbolo della vergogna del male perché è avvenuto nel cuore dell’Europa dell’illuminismo che aveva creduto nel progresso della ragione, ovvero in quel pensiero razionale e tecnico che avrebbe dovuto sradicare la barbarie.

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