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Il resto del mondo Aprile 2008

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«Una pallottola per ogni bianco»

di Francesco Maura

In questi ultimi anni i mezzi d’informazione hanno riportato e riportano continuamente episodi di violenza tra gruppi etnici, religiosi, politici e tribali. Odi millenari che, incapaci di perdonare e di dimenticare, ancora oggi si scontrano. Possono scontrarsi per Gerusalemme, per la supremazia religiosa in India, per la supremazia tribale in Kenya, Congo, Ruanda, per motivi etnico religiosi come in Darfur e nello Sri Lanka, ma il risultato è sempre un fallimento dei processi di riconciliazione.

L’unico caso che ha infuso la speranza nel cuore di molti era il Sud Africa.

Dopo la fine dell’apartheid e la successiva vittoria elettorale di Nelson Mandela, il Sud Africa si rese protagonista di un laboratorio per la riconciliazione e la pacificazione tra bianchi e neri. Con il motto «libertà in cambio di verità», i tribunali andavano in giro per tutto il grande paese africano, intervistano e mettendo a confronto aguzzini e torturati. Gli orrori che la popolazione dovette ascoltare e che i giornalisti riferirono non erano il mezzo per muovere le masse nere contro le masse bianche sotto la spinta del desiderio di vendetta, ma esprimevano l’esatto opposto. Perdonando, e nei casi gravi condannando, i responsabili delle atrocità razziali, si è avviato il paese a una fase di vera e propria riconciliazione. Un evento incredibile che rese immortale la figura di Nelson Mandela.

Questo modello, che ha rappresentato un motivo di speranza per la soluzione di molti altri conflitti, rivela oggi le sue falle. La forza del perdono che il vecchio leader nero ha sempre infuso alla sua gente si sta spegnendo. I segni dell’odio sono sempre più evidenti e lasciano presagire il peggio.

I bianchi del Sud Africa (11% della popolazione) vivono in ghetti. Muri alti tre metri separano le zone abitate dai bianchi da quelle dei neri. Muri con cartelli segnaletici che avvertono che se tu scavalchi loro ti sparano. Fuori dai ghetti cittadini ci sono le tenute di campagna, circondate da un doppio reticolato elettrico ad alto voltaggio e filo spinato. La gente va in macchina sempre con le portiere chiuse e una volta giunta a casa aspetta sempre che il secondo cancello sia chiuso prima di uscire dall’auto.

Ogni bianco è armato e possiede fucili o armi automatiche. Molti ragazzi vengono addestrati all’uso delle armi e al combattimento. Le classi scolastiche, nonostante siano miste, vivono una profonda separazione. I bianchi non si mischiano ai neri e viceversa. Città come Johannesburg sono in cima alla classifica di quelle con il più alto tasso di criminalità al mondo. Ogni anno si registrano oltre 30 mila omicidi, ed altrettanti stupri. I neri poveri, nonostante la fine dell’apartheid, covano ancora un forte desiderio di vendetta.

Il neo eletto leader dell’Anc (African National Congress, il partito di Mandela) Jacob Zuma, appartenente all’etnia zulu, incarna questo risentimento. Infiammati dagli slogan del vicino Zimbabwe («una pallottola per ogni bianco»), gruppi di zulu e non spingono allo scontro. Questo nuovo leader aggressivo e violento è l’opposto del grande Mandela e rischia di porre fine al sogno del padre della patria. Quest’uomo alle prossime elezioni forse prenderà il posto dell’attuale primo ministro ed ex presidente dell’Anc, Mbeki. Le conseguenze sarebbero tragiche. I bianchi perseguitati da un razzismo alla rovescia si ritroverebbero sempre più isolati in piccole comunità o nell’oasi urbana di Cape Town. Molti bianchi stanno già migrando in Europa o in Australia perché non vogliono far crescere i loro figli in un paese così violento e difficile.

Ancora una volta si rischia che un conflitto tra due fazioni si risolva solamente con l’eliminazione di una parte. Purtroppo il Sud Africa non è il solo paese ad avviarsi verso questo destino.

©Cem Mondialità

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