Editoriale Dicembre 2008
Editoriale
Sotto il segno della speranza
Brunetto SalvaraniMentre si chiude l’anno europeo per il dialogo interculturale e si avvicina a gran passi la festa di Natale, torno su alcuni avvenimenti fra quanti, nelle scorse settimane, si sono imposti alla pubblica opinione su scala nazionale e planetaria. Sbaglierò, ma mi pare che abbiano qualche tratto in comune, e su questo infatti mi soffermo.
Numero uno, quanto è accaduto nelle scuole e nelle piazze italiane a proposito della (cosiddetta) riforma Gelmini: ne abbiamo parlato su CEM a più riprese, lo cito per un paio di motivi. Per dire quanto sia sorprendente, comunque s’intenda giudicarlo, che sia nato un movimento di giovani, in una stagione così avara di futuro per loro! Il nostro augurio è che resti in vita oltre le rituali scadenze stagionali, e che continui a rappresentare il bisogno di protagonismo delle nuove generazioni che purtroppo altrove non trova spazio. Il secondo motivo è che abbiamo deciso di discutere pubblicamente su quella che è sempre più spesso percepita come un’autentica emergenza educativa: lo abbiamo fatto nel nostro seminario del 29 novembre, ma anche con un volumetto che abbiamo scritto collettivamente in poche settimane, per evidenziare quanto sia mancato, nella discussione, il taglio sulla scuola interculturale, quello che ci sta maggiormente a cuore. E quanto si diano già oggi, nella scuola italiana, buone pratiche di interculturalità, purtroppo poco raccontate, che cercano di rispondere alle grandi trasformazioni che essa si trova a gestire. Il titolo è Oltre la riforma Gelmini (EMI 2008), a cura di Aluisi (Tosolini), e contiamo possa rivelarsi uno strumento di ulteriore approfondimento al riguardo.
Il secondo evento, inevitabilmente, è l’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti. Che dire? Mi sono emozionato, persino con un po’ d’ingenuità, ho pensato alla gioia di tanti africani (anche dei nostri amici burkinabé) alla notizia, e spero si tratti di uno di quei momenti epocali a partire dai quali la storia si rimette a girare dalla parte giusta. Per ora, non resta che augurarcelo... In ogni caso, mi torna in mente il bel libro Il tempo del meticciato, di Jacques Audinet: «Anche se accettiamo come un fatto ormai inoppugnabile la mescolanza dei popoli e dei gruppi, siamo restii a pensarla. I nostri modi di vedere sono ancora troppo impregnati nelle vecchie categorie. Continuiamo a pensare l’identità in termini di somiglianza, la tradizione in termini di riproduzione e l’incontro dei gruppi in termini di scambi controllati. Ebbene, il meticciato invita a rompere questo circolo vizioso. Le culture umane, come gli individui, non possono rinchiudersi nello specchio dello stesso. Per questo, riconoscere il meticciato significa riconoscere pienamente ciò che portano le culture umane, e cioè la possibilità della fecondità, la possibilità della novità».
Infine, ma non da ultimo, ricordo ciò che è successo a Roma, dal 4 al 6 novembre: il primo seminario del Forum cattolico-musulmano. Che rappresenta un iniziale frutto virtuoso di un processo avviatosi nell’ottobre di due anni fa. All’epoca, una missiva inviata al papa da 38 intellettuali musulmani in merito al controverso discorso da lui pronunciato, il 12 settembre 2006, a Ratisbona. Un anno dopo, il 13 ottobre, per la fine del Ramadan, erano stati ben 138, tra intellettuali e muftì musulmani di tutto il mondo, i firmatari di una nuova lettera aperta ai vari leader cristiani per proporre loro una solida cooperazione nella promozione della pace sulla terra. Ora, questo incontro, che smentisce le cupe previsioni dei cantori dello scontro di civiltà e conferma, ha detto nell’occasione lo stesso Benedetto XVI, che gli approcci e le sensibilità differenti non possono farci dimenticare che la vicenda cristiana e quella musulmana condividono l’adorazione allo stesso Dio, cosa che produce inevitabilmente l’appartenenza alla medesima famiglia. Un cammino è ripartito, e anche qui ci auguriamo possa proseguire, come hanno auspicato a una voce i partecipanti.
Ecco, credo che basti. Per farci gli auguri affinché l’anno che si apre sappia mettere a frutto questi, e tanti altri, piccoli e grandi semi di speranza che troppo spesso dimentichiamo.
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