Il resto del mondo Dicembre 2008
Spazio cem
Lettera a padre Domenico
Luciana Pederzoli
Carissimo Domenico, il 12 di ottobre scorso il solito gruppo d’«emilian e rumagnol», con l’aggiunta di qualche «lumbard» si è ritrovato da Luciano e Serena per l’annuale e ormai storico appuntamento pantagruelico.
Una giornata splendida di sole e l’abbraccio delle colline dipinte dai colori dell’autunno hanno fatto da sfondo alla gioia di ri-trovarsi, di imbandire una tavola dai gusti e sapori multiculturali.
È vero che «al scarpazon» delle tue parti l’ha fatta come sempre da padrone, ma tutto era straordinariamente buono! Forse perché avevamo cucinato con le nostre mani, con il desiderio di dar piacere agli amici e alle amiche commensali.
C’era tanta pace, tanta tranquillità, ma anche tanta malinconia! Nessuno lo diceva, ma tutti lo sapevamo. I nostri sguardi si incrociavano limpidamente e dichiaravano in silenzio un vuoto troppo grande. Mancavi fisicamente tu e, senza offesa, Domenico, tenevi un bel po’ di posto e non solo a tavola.
Luciano lo scorso anno ti aveva fatto vedere un luogo, lì, vicino a casa, sotto ad un boschetto di pruni e ti aveva confidato il suo sogno, che aveva ricevuto la tua composta, ma compiaciuta approvazione.
Quel boschetto è, ora, la togu na che ti abbiamo dedicato. Una cerimonia semplice, ma piena d’amore e riconoscenza ha battezzato quello spazio. E tu eri lì, con noi e lo abbiamo avvertito.
La togu na è al femminile, contrariamente a quanto vuole la cultura Dogon, e questo lo ha deciso Luciano, che come sai si ritiene un «monarca assoluto». E noi gli diamo ragione, perché il significato di «rifugio madre» ci piace proprio di più che «casa degli uomini». Che dire, forse la tua immensa stima nelle donne, nelle mamme, nelle mogli qualcuno comincia a coglierla anche nei gesti. Che bello!
Nella togu na ci si riunisce per discutere e prendere decisioni e si sta solo seduti: non c’è spazio per stare in piedi e litigare o azzuffarsi. Il tetto, in questo caso i rami amorevolmente ripuliti dalle spine più insidiose da Serena, è basso e stando seduti sulle pietre, simbolicamente, si tengono a bada i conflitti.
Prima di entrare nella togu na abbiamo piantato quattro canne funebri di bambù, bucate a spirale su tutta la lunghezza. È un organo a vento, in uso nelle Isole Salomone e anche in Tibet. Sono poste sui quattro punti cardinali per accogliere i venti da ogni direzione. Il vento si infila nei buchi e produce suoni e armonie struggenti, la voce di chi ci ha lasciato. Domenica non si muoveva una foglia e son rimaste in silenzio come i nostri pensieri.
Oggi però il vento c’era e Luciano è andato a vedere se le canne «cantavano»: mi ha telefonato e con voce emozionata mi detto «Lucy, è una cosa da pelle d’oca…» e non ho potuto fare a meno di piangere.
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