Editoriale Febbraio 2008
Editoriale
Fortuna che c’è Laila...
Brunetto SalvaraniQualche giorno fa ho avuto occasione di conoscere Laila Wadia, durante la presentazione del suo ultimo libro, intitolato Amiche per la pelle (edizioni e/o 2007). Un libro che, ad un tempo, diverte, commuove e costringe a riflettere: da consigliare come lettura scolastica! Laila si autodefinisce narrastorie, e confessa di scrivere per un bisogno atavico, ma soprattutto perché crede fermamente che l’umanità sia un unico volume (parafrasando il poeta inglese John Donne). Nata a Bombay ed approdata a Venezia per studiare appena ventenne, ha vissuto a proprie spese l'esperienza complessa dello sradicamento dalla terra d’origine, ancora molto amata. «Quando sono venuta in Italia avevo vent’anni - ha raccontato con notevole affabilità - non parlavo la lingua e mi sentivo stupida. Ho cominciato a scrivere lettere a mia madre per vincere la solitudine. Siccome non potevo dirle tutta la verità per non preoccuparla, ho deciso di descrivere le cose buffe della mia vita in Italia». Così sono nati i suoi racconti, divertenti ed ironici - che fra l’altro le hanno fruttato diversi premi letterari - ma soprattutto dotati di quella virtù della leggerezza che Italo Calvino ha raccomandato di portare con noi nell’attraversare il nuovo millennio (ricordate le sue Lezioni americane?). Quanto alla propria identità artistica, per Laila - che ha rivelato di possedere altri due nomi, oltre a questo, di derivazione araba, Lily, cristiano, e Amber, hindi - la definizione di scrittrice migrante è solo un'etichetta di comodo: «Uno scrittore, migrante o meno - ci ha detto - deve dare voce a chi non può raccontare quello che vorrebbe».
Nel romanzo, ambientato in quella Trieste già cosmopolita, austroungarica e mitteleuropea in cui lei oggi risiede e lavora come interprete e traduttrice, vengono narrate le alterne vicende di Lule, albanese, Marinka, bosniaca, della cinese Fong bocciolo di rosa e dell’indiana Kumar (la voce narrante della storia), il lato femminile di altrettante famiglie di migranti alle prese con le rose e le spine dell’integrazione nel Belpaese: con un finale da happy end che ha il sapore di una fiaba, tanto da avermi spinto a chiederle se non sia stata eccessivamente ottimista, col clima che qui e là si respira al riguardo… al che, Laila mi ha risposto di essere in effetti un’ottimista, anzi, che l’ottimismo è la risposta indispensabile alla crudezza dell’esistenza! A partire dalle piccole cose della vita, che danno un invitante sapore all’ammuffito condominio di quella via Ungaretti «dimenticata sia dal sole sia dal Comune» e che in Amiche per la pelle si rincorrono con felice insistenza: cibi, cucina, odori, vestiti, trucco, cicalecci… Qui emerge, a mio parere correttamente, come l’ingrediente fondamentale di un’auspicabile interazione (meglio senza la «g»!) resti l’apprendimento della lingua in uso. Con fatica, non pochi malintesi e alcuni buffi scivoloni, le quattro giovani donne cercano di costruirsi una rete di amicizie, perché unite si è più forti ed insieme si può provare a respingere la spada di Damocle di un imminente sfratto… mentre l’unico inquilino italiano, il burbero settantenne signor Rosso, appassionato di versi ungarettiani e nostalgico ammiratore del Duce, urla loro continuamente «Negri!» (è così che apostrofa senza troppi dubbi tutti gli stranieri che incrocia). Il finale, come dicevo, è rassicurante, ma non banale. Vi ritorna il doppio messaggio di fondo. In primis, la convinzione che, dopo tutti i problemi, le cose andranno bene (in particolare se saranno le donne ad acquisire un ruolo fondamentale nella gestione delle cose): una grande metafora della situazione dell’immigrazione in Italia. E poi, che la poesia, a dispetto della sua inutilità (o forse proprio per questa sua straordinaria virtù) può salvare la vita…
Nella dedica alla mia copia del libro, ha scritto: «Caro Brunetto, la pelle ci può dividere, ma per fortuna ci unisce la testa e il cuore». Come non sottoscrivere, carissima Laila, augurandosi che facciano riflettere anche quanti si ostinano a giudicare le persone dalla pelle, dall’etnia o dal credo religioso?
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