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A scuola e oltre Febbrio 2008

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Patrizia Canova Roberto Morselli Ragazze e ragazzi

Tecnologia, gioco e giocattoli - Intervista a Roberto Papetti

di Patrizia Canova e Roberto Morselli

Seconda parte

Ci sono giocattoli che possiamo considerare universali e attuali, con forte valenza educativa, anche in epoca di virtualizzazione, digitalizzazione e smaterializzazione delle esperienze?

Decisamente sì, sono i giocattoli della tradizione popolare, quelli con cui hanno giocato intere generazioni di bambini, trasmessi da mente a cuore, costruiti con le proprie mani e sottoposti alla prova dell’efficienza e dell’uso. Sono oggetti perfetti, sferici, equilibrati, ben calibrati per l’età infantile. Si direbbero progettati da un design geniale se non fosse che non sono stati progettati a tavolino come tecno-oggetti da una sola persona, ma sono frutto di incontri casuali, di passa parola e ingegnosità occasionale e redditizia.

Se dovessimo «leggere» i giocattoli di tradizione con i parametri di un oggetto progettato da un designer oggi, dei suoi criteri di completezza, diremmo che hanno qualità didattiche e animative, qualità narrative, una storia, una funzione e un uso, un costo, un ambiente di riferimento, un percorso entropico perfetto che va, a monte, dal reperimento, al riutilizzo dei materiali, all’uso per il gioco, fino alla distruzione che riporta i materiali nell’ambiente senza creare problemi di inquinamento.
I giocattoli da sempre sono portatori di idee plurali, piani e linee di sperimentazione senza fine, costruendoli si scoprono nuovi modi di realizzarli, nuove possibilità.

Sono inoltre amuleti, oggetti della buona sorta e d’affezione, un viatico per il tempo che verrà.

Che cosa vuol dire essere bambini oggi? Che cosa significa crescere nella società di oggi? Che cosa rappresentano agli adulti di oggi?

Una cosa che mi colpisce nel mondo dei bambini di oggi è il controllo ansiogeno esercitato dagli adulti sugli spazi e sui tempi di vita. Aree protette nei parchi della città, ludobus, ludoteche, organizzatori di feste di compleanno, diffusione di pratiche di animazione e di gioco come pronto soccorso sociale. Pensare che un gruppo di bambine e bambini non sia in grado di giocare e divertirsi senza qualcuno che li aiuti a farlo sembra assurdo. Franco Lorenzoni scrive: «Se un gruppo di bambini ha bisogno di un animatore per divertirsi a una festa vuol dire che qualcosa non va. È come se si dovesse cominciare ad insegnare ai bambini a camminare e a correre… Eppure questo bisogno di controllo, da parte degli adulti, di ogni frammento della vita infantile, per cui bambine e bambini devono essere continuamente circondati da animatori e facilitatori, si è andato diffondendo in modo straordinario, parallelamente al moltiplicarsi di giochi tecnologici sofisticati e assai attraenti, come i game boy e le play station, che sono degli straordinari solitari di lunga durata».

Se tu ti diverti - e ti puoi divertire molto giocando a lungo con una plystation - perché devi compiere la fatica di condividere dei giochi con un altro? Il gioco della playstation, infatti, se mi annoia lo posso cambiare, oppure lo spengo. Ma l’«altro» io non lo posso spegnere, e tanto meno cambiare. Il grande problema degli altri esseri umani è che non posso modificarli o spegnerli a mio piacimento.
Sarebbe veramente importante interrogare i bambini, ma chi è veramente capace di fare domande? Mi sembra una delle cose più difficili. Posso dire che stando accanto ai bambini divento incomprensibile a me stesso? I bambini obbligano ad uno spietato esercizio di serietà e veridicità.

Sento che aver fiducia nel mondo per noi tutti è quello che più ci manca: abbiamo completamente smarrito il mondo, ne siamo stati spossessati. Quando sto con i bambini, faccio davvero cose di poco conto, costruisco, gioco, racconto tirandomi dietro il mio mondo di giocattolaio, non capisco bene se queste cose sono importanti, anche se mi accorgo che nascono da piccoli eventi come modi di fiducia del mondo. Lavoro su cose impercettibili, nuvole di gocce, spazi-tempo di superficie, di volumi ridotti.

Oggi nessuno mette in dubbio la necessità di andare avanti, di guardare oltre, di progredire, di anticipare il futuro. Ma la comprensione del nostro futuro stesse invece nel passato? Credi che ci siano libri, giochi, giocattoli o altro che, provenendo dal passato, possano aiutarci a comprendere meglio il futuro?

In questi mesi ho scoperto la cerbottana. Questo è un giocattolo che viene dal passato, i bambini lo usano ancora soprattutto a scuola per tirare ai compagni e indispettire i professori. Per me è un giocattolo femmina, gentilmente ispido, affabile, inequivocabilmente seducente.

Come arma vale poco, anche se chi la sa usare, come gli indios dell’Amazzonia, se ne serve per cacciare. La cerbottana per me è un giocattolo ridicolo, mi piace quando spara bacche di biancospino o ligustro, palline o proiettili di carta. Tirare con la cerbottana si dice «sorbottare», i proiettili si fanno arrotolando striscette di carta di giornale. A Roma li chiamano «scartoccetti», a Monza «bussolotti», ad Ancona «cappuccetti», a Napoli «coppetelli», a Bologna «pirli», a Vicenza «pisoli», a Genova «cannonetti». Che bei nomi! Noi possiamo inzupparli di essenze odorose, di colori acrilici da sparare su tele per fare aereopittura, vergarli con arguti messaggi o dolci poesiole. Di Montale si può far volare: «Nell'ombra di una magnolia / che sempre più si restringe/ a un soffio di cerbottana / la freccia mi sfiora e si perde», di Velemir Chlébnikov la bellissima «Alipredando con auroscrittura». Ho trovato stimolante lanciare il pensiero «Non sarà mai troppo tardi per tentare qualcosa di buono, finché ci sarà sulla terra un albero, una bestia, un uomo» di Margherita Yourcenar, e vorrei raggiungere la mente di qualche sfiduciato politico. Ho costruito con i bambini il cerbottano e la cerbottana, la cerbottana flic floc, la regina della notte o cerbottana illuminata, l’arcaica e la Picasso. Pensando alle armi e alla guerra si è convenuto che la cerbottanarchibugiospaziale, fatta riciclando congegni tirati fuori da un computer, dovesse sparare nuvole di polvere, che è poi ciò che riguarda il nostro futuro. Poi è tutto un tirare in tutte le direzioni, conquista e abbandono nella cosa sperimentata. Cerchiamo di eludere il controllo, crediamo nel mondo e sperimentiamo, ma in modo speciale crediamo negli eventi che accadono e ci sorprendono. Quando tiri a qualcuno, si può arrabbiare, ma poi viene da ridere perché si è partecipi nel gioco del doppio ruolo di mirati e colpiti. Nei giocattoli c’è qualcosa che ci riguarda, come in tutte le cose, «Gli oggetti amati sono il paradiso terrestre», diceva Novalis. Mi sembra che il fascino che esercitano sui bambini e sugli adulti sia determinato nella loro intensità dal fatto che essi lasciano sempre inesplorate infinite possibilità di altri godimenti e di occasioni per scoprire qualcosa su noi stessi.

Roberto Papetti, collaboratore di CEM, è istruttore pedagogico e coordina il Centro Gioco, natura, creatività «La Lucertola» di Ravenna.

©Cem Mondialità
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