La pagina di... Rubem Alves Gennaio 2008
La pagina di... Rubem Alves
In nome del Nonno, del Nipote e dello Scherzo
(Ovvero come riaffermare l’infanzia – n.d.t.)
Rubem AlvesPrima parte
Stanchezza. Perfino Dio si stanca. Mi sono ricordato di un poema di Fernando Pessoa: «Sento pena per le stelle, luccicando da tanto tempo, da tanto tempo… Sento pena per loro. Non ci sarà una stanchezza delle cose, di tutte le cose, una stanchezza di esistere, di essere, solamente di essere…». Dio deve sentire la stanchezza delle stelle…
Secondo le Sacre Scritture l’universo iniziò a motivo della stanchezza. Dio si stancò delle cose per la maniera come sono fin dall’eternità. Se non si fosse stancato di loro - noia - non avrebbe inventato il mondo.
I teologi hanno tentato di curare Dio della sua stanchezza. Hanno inventato parole pompose per rinfrancarlo. Hanno detto che Egli, Dio, era il massimo. Anselmo, uno dei teologi più importanti della tradizione cristiana, è arrivato a dire che «Dio è un essere di cui non si può pensare nulla di maggiore» (quo magis cogitari nequit – n.d.t.). Così, se sapere è buona cosa, ne deriva logicamente che sapere di più è meglio. E sapere infinitivamente è divino. Dio, allora, deve sapere tutto: è onnisciente.
Avere potere è buona cosa. Il potere di potere fare tante cose dà allegria. Dio, allegria suprema per definizione, deve logicamente avere potere infinito per essere eternamente allegro. Così, Egli deve essere onnipotente.
E c’è il piacere della presenza: sono felice di essere nel mio ufficio, attorniato da oggetti che mi piacciono, mentre sto scrivendo. Ma, per il fatto di essere qui, non sono sulle montagne e neppure sulle spiagge. La mia presenza qui è la mia assenza di tutti gli altri luoghi. Ma con Dio è diverso. La sua presenza riempie tutti gli spazi. Egli è onnipresente.
Perfezioni? Non le vorrei per me. Diventerei immediatamente pazzo. Borges ha scritto un racconto su di un uomo dalla memoria perfetta: Fulnes, il memorioso. La memoria di Fulnes era così perfetta che essa memorizzava tutte le foglie di un albero. Ma le foglie cadevano con il vento. La memoria di Fulnes registrava ogni alterazione. Nella memoria di Fulnes non c’era un albero. Ma infiniti alberi: quello delle 14.30 e un secondo, quello della 14.30 e due secondi, quello della 14.30 e tre secondi e così successivamente, ognuno di questi con un nome differente. Prendete Fulnes e elevatelo all’infinito: così sarebbe una mente onnisciente; essa conoscerebbe tutti i battiti delle ali di tutte le api, di tutti i pettirossi, di tutte le mosche, di tutti gli insetti e di tutti gli uccelli. Conoscerebbe tutti gli spermatozoi delle eiaculazioni di tutti gli animali; tutti i movimenti di feci e urine; tutte le sementi delle piante; tutti gli odori e i fetori; tutti i pensieri fatti e da fare, tutte le lettere, in tutti i libri del mondo; tutte le note in tutte le partiture musicali.
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