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Editoriale Gennaio 2008

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Brunetto Salvarani   Editoriale

Il deserto come grazia

Brunetto Salvarani

Raramente, nella storia, è stato forte come oggi il bisogno di tornare su quelle figure che, nella cultura, nella politica o nel mondo delle religioni, hanno saputo incarnare la fatica a caro prezzo della profezia. Scarseggiano i veri profeti, ed è diventato difficile librarsi al di là di questo duro presente, per la penuria della fondamentale virtù della speranza. È prezioso, dunque, che Raffaele Luise (giornalista religioso di Radio Rai) abbia scelto di costruire un personale pantheon di personaggi capaci di dialogo e di futuro, offrendoci di condividere il suo percorso: penso alla commovente intervista a padre Benedetto Calati, priore di Camaldoli e alter ego di Gregorio Magno, La visione di un monaco, e all’intenso colloquio col filosofo Norberto Bobbio, Dubbio e mistero.

All’inizio del 2008 - un anno che vedrà molti anniversari a forte rischio di derive retoriche - riprendo in mano la sua ultima fatica, Chiedi alla sabbia, di pochi mesi fa. Spinto dalla questione scottante dell’immigrazione, che sta contribuendo a cambiare radicalmente la società di molti Paesi (fra cui il nostro), egli si pone sulle tracce di Charles de Foucauld, grande pellegrino dell’Assoluto che una febbre conradiana ha spinto, un secolo fa, verso l’ignoto ed il rischio: fino a farsi monaco in terra d’islam. Questo libretto è importante perché non possiamo essere insensibili alla situazione del mondo, a quella dei migranti, e non fare niente o accontentarci di prediche pie: certo, «non tutti i cammini sono per tutti i camminanti, ma non possiamo rimanere fermi». E se ogni sentiero è personale, la memoria potente di fratel Charles rappresenta una scossa per rimetterci in cammino! Perché de Foucauld, fattosi tuareg fra i tuareg, è stato un profeta autentico: per di più in quella terra d’Algeria che ha conosciuto negli anni Novanta una violenza terribile e intestina, e ancora l’anno scorso è stata nuovamente colpita dal verbo mortifero di Al Qaeda, per farla ripiombare nel baratro. Durante il soggiorno nel sud del Sahara, il suo impegno costante fu quello di avvicinare le persone e di guadagnare la loro amicizia, cercando di stringere contatti coi suoi sospettosi vicini e di farsi benvolere da loro grazie ai suoi modi gentili. Come fratello universale s’interessava dei loro problemi, curava gli ammalati, aiutava i poveri e offriva la semplice ospitalità di cui poteva disporre a un flusso costante di visitatori.

Sin dai primi passi di Luise emerge uno sguardo spiazzante, capace di mettere in crisi i facili cantori dello scontro di civiltà. Siamo all’interno della basilica di Notre-Dame d’Afrique, ad Algeri, armonica nell’impasto di stile neobizantino della sua struttura e quello ispanomoresco delle decorazioni, dell’abside e del campanile che evoca un minareto da moschea. Qui, a caratteri cubitali, una scritta che corre tutto intorno all’abside dice: «Nostra Signora d’Africa prega per noi e per i musulmani». Una preghiera inaudita, che colpisce con la forza di una frustata sul cuore… Da quel momento, il suo viaggio si fa più scopertamente iniziatico, segnato da incontri decisivi. Fino a cogliere come avesse ragione de Foucauld quando scriveva nel diario che «bisogna passare attraverso il deserto e sostarvi, se si vuole ricevere la grazia di Dio». E che il deserto è una grazia non in quanto luogo del contemptus mundi, della tentazione e della lotta col demonio, ma piuttosto perché solo lì è possibile cogliere, spontaneamente, la vita ignuda nel suo scorrere segreto, la pura trasparenza dell’Essere. In tal senso, il deserto è lo spazio privilegiato del confronto con se stessi, dove è più facile cogliere il respiro di Dio

Saranno i contemplativi a salvare il nostro mondo, così irretito dall’idolo del mercato che estende i suoi tentacoli fino nei luoghi sacri? Mi piace pensarlo! E non è casuale che il pellegrinaggio di Raffaele si chiuda su Napoli, con una chiacchierata con p.Alex Zanotelli sui mali di quella città e sulle ingiustizie quotidiane di casa nostra, come la lotta per il bene cruciale dell’acqua. Perché chi ha conosciuto il deserto ha imparato la preoccupazione per la sorte dell’altro.

 

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