A scuola e oltre Gennaio 2008
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Ragazze e ragazzi
Tecnologia, gioco e giocattoli - Intervista a Roberto Papetti
di Patrizia Canova e Roberto Morselli
Che rapporto hai con la tecnologia? Che rapporto hanno con essa i bambini di oggi? Come li può aiutare nella crescita? In che senso, al contrario, può rappresentare un problema?
Con la tecnologia ho un rapporto problematico, mi mette inquietudine, sento che tutto quello che sta attorno a noi è natura trasformata e dominio senza possibilità. Non c’è tempo per comprendere, per assimilare, per decidere se accogliere o rifiutare. La tecnologia ci sta addosso e nello stesso tempo non ne possiamo fare a meno.
Ogni tanto, da buon seguace di Ludd, sfascio qualcosa, roba mia: un telefonino, un portatile, un televisore. È facile supporre siano attacchi isterici, ridicoli, più che da luddista da «luddico» scemo. Forse dipendono da una moderata possessione psicotica, forse da un voler celebrare un rito, un culto tribale con scongiuri. Perché il mondo della tecnica è a volte assai brutto, in modo particolare quando aumenta la potenza fisica dell’uomo, e quindi la possibilità di compiere un male più grande, mentre le possibilità di bene rimangono atrofizzate. Fa smarrire il senso della misura, abitua a non concepire la terra come un luogo da abitare, ma come un luogo da dominare e consumare fino all’usura.
Adesso ho addosso la luce del neon, rappresenta il vecchio e il nuovo degli ambienti abitativi, l’età della pietra e dell’era spaziale, polarità fuse tra la desolazione e l’esaltazione, acquario e prigione. Che possibilità ci sono di tirarsi via di dosso questa luce catodica e fluorescente che fa del mio volto un fantasma afflosciato dalla rancura del post-humano?
Quindi dico che il mondo della tecnica è la secca in cui siamo incagliati. Fermi anche nel linguaggio, tanto sono poche le parole e i pensieri che sappiamo esprimere, fosse anche solo la nostra inadeguatezza.
Gli oggetti che maneggiano i bambini di oggi sono congegni tecnologici, sono oggetti strategici, che implicano rapporti di forza, un intervento razionale e concertato, orientato in una certa direzione che non è solo il consumo. I giocattoli pure. Vediamo i bambini potentemente attratti, forse posseduti, ma per la semplice ragione che ne sono sedotti e conquistati gli adulti. Impongono modelli, si accompagnano a potenti campagne pubblicitarie… cadrebbero in un attimo se solo fosse permesso loro di praticare l’autonomia e l’alternativa del gioco di sempre, in strade e piazze con i loro coetanei.
Il gioco e il giocattolo, che da sempre hanno avuto un ruolo chiave nella crescita dei bambini, che ruolo possono svolgere oggi? Che tipo di trasformazioni sono in atto?
Quando si vede un bambino molto piccolo, magari messo a terra dai genitori perché si muova e faccia i primi passi, penso alla sproporzione tra l’enormità del mondo e il corpo minuscolo, perso e indifeso, che si muove in esso. A volte questa sproporzione si evidenzia in una specie di spavento muto, che si traduce però sempre e comunque in fiduciosa curiosità. Perché veramente questo mondo, caos e cosmo insieme, è perturbante e occorre avere una forza smisurata per conoscerlo ed esplorarlo. Nel bambino questa forza istintiva è presente nel corpo. È il respiro, lo sgambettare per aria, sono i vagiti per richiamare l’attenzione, gli sguardi che distinguono, i toccamenti per stabilire i contatti, l’attesa per avere conferme. Le sue sonde sensoriali, i primi «attrezzi» che usa per esplorare, vanno per il mondo con delicata decisione, lo incontrano nella smisurata vastità e complessità, lo manipolano per renderlo riconoscibile e abitabile, per sottometterlo a volontà e rappresentazione, per iscriverlo via via nel linguaggio.
Ora a me sembra che tutto quello che fa il bambino, tutto quello che gli capita per le mani, tutta la conoscenza della realtà e dell’irrealtà che ci circonda, avviene mediante quella attività che chiamiamo gioco e giocattolo. I primi giocattoli sono cose semplici ed efficaci (la coperta e il letto per dormire, il cucchiaio per portare alla bocca il cibo, il vestito per coprire il corpo, la casa dove ritroviamo i familiari) che servono a risolvere i problemi della quotidianità, ma spesso se non sempre, sono usati in modo improprio per fare cose divertenti e ludiche. Se la realtà del bambino è il suo corpo ciò che si modifica e cambia continuamente sono i contesti.
Oggi è cambiato l’ambiente che accoglie il bambino, è diventato più ricco di stimoli di carattere artificiale e di rapporti filtrati e mediati. In modo speciale con le presenze animali, le piante, l’aria, l’acqua, la luce, gli eventi atmosferici. La natura è trasformata e non rimane la cosa più attraente. L’ammirazione è spesso suscitata dalle performance del mondo naturale e animale: il volo degli uccelli, l’acrobazia delle scimmie, la forza del leone, la violenza della tempesta, il calore del sole… rappresentano uno scacco per le capacità che l’uomo desidera. A volte si fanno patti con gli animali, con le loro virtù non umane, per immedesimarsi e assumere atteggiamenti e caratteri. Non c’è cosa che non possa interessare i bambini, bisogna stare molto attenti, artificio o natura, tutto è interessante.
Il giocattolo è già un cyborg ante litteram, una sorta di ibrido tecnologico della fantasia, un corpo senza organi su cui si possono innestare protesi di tutti i generi. Che ruolo può avere il giocattolo così inteso nel cambiamento verso il mondo postumano?
Le linee di ricerca tecnoscientifica applicata al corpo individuano nell’estensione sensoriale «i super sensi», e nell’interfaccia mente-computer i punti che maggiormente caratterizzeranno il futuro. Risulta chiaro che si tratta di forzare le caratteristiche più intime dell’uomo e del suo essere nel mondo per intraprendere nuove strade dai contorni imprevedibili.
Si va verso l’ibridazione tra umano e macchina, con l’estroversione dei sensi potenziati da nuove protesi o sistemi di interfaccia uomo-ambiente. I cyborg sono la punta di un iceberg di una realtà sommersa molto più vasta che appena percepiamo, nanotecnologie, ingegneria proteica, utilizzo di cellule staminali, ecc, che configurano un’operazione di nuovo modellamento dei comportamenti degli individui.
Ormai questa è una realtà, già oggi non vi è un solo istante nella vita degli individui che non sia modellato o controllato da qualche congegno o, come direbbe Foucault, da dispositivi. Insomma, sono cose di cui non si può fare a meno. I giocattoli sono dei cyborg ante litteram, oggetti replicanti a funzione mimetica o di riproduzione del mondo adulto, però parodistici e profanatori se costruiti dai bambini. Quando li fanno e li usano con molta serietà, divergono dal mondo adulto per separarsi dal flusso ben scandito dell’esistenza.
Una scatola di fiammiferi può trasformarsi, con quattro tappi a corona, due stuzzicadenti, un cartoncino, in un bolide da formula uno, totalmente miniaturizzato da non poter essere pilotato neanche da un topolino. È un gioco che funziona «solo se ci vuoi stare» e perché si può fare solo in quel momento. Per chi ci sta è un fatto, come lo sono tutte le creazioni, ma nella forma delle separazioni, della disgiunzioni con il mondo reale.
Trovo nei giocattoli e nel gioco, non dei «contro-dispositivi», ma l’attivazione di pratiche indifferenti, molteplicità e possibilità, l’affermazione integrale dell’improbabile. Non dispositivi che catturano i bambini e vogliono governarli o guidarli. Anche quando i bambini giocano ispirati dagli adulti che vogliono educarli con i giocattoli alla scienza, all’intercultura, all’educazione ambientale, alla cittadinanza attiva, all’educazione stradale… i discorsi non funzionano e si è nella gratuità. I giocattoli sono indocili, forse non sono liberi di fare quello che vogliono anche quando hanno un nome o un riferimento, ma non assoggettano. Chi gioca peraltro fa pochi discorsi e capisce subito: ballare, far volare un aquilone, leggere un racconto, dipingere, ecc… non portano a nulla.
Roberto Papetti, collaboratore di CEM, è istruttore pedagogico e coordina il Centro Gioco, natura, creatività «La Lucertola» di Ravenna.
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