A scuola e oltre Gennaio 2008
In cerca di futuro
Infanzia negata e ricerca della perfezione
di Milena Santerini
Sempre più avanzate tecniche di selezione embrionale lasciano spazio a manipolazioni genetiche di ogni tipo. In un futuro molto vicino si potrà determinare il sesso del nascituro, evitare malattie ereditarie, influire sul suo sviluppo. In nome della felicità umana, si presenta davanti a noi l’orizzonte (o l’illusione) di un avvenire senza handicap e malattie, nel quale potremo individuare le predisposizioni e le tare per intervenire tempestivamente. Viene ormai implicitamente affermato il «diritto» dei genitori ad avere perfect babies intervenendo in anticipo su possibili malformazioni o malattie. La procreazione umana si orienta sempre di più verso il sogno di «normalizzare» le persone evitando ogni handicap o patologia. Ci si chiede però se dietro la maschera della ricerca della normalità non si cerchi forse l’eliminazione dell’imperfetto, del fragile, dell’anormale. Si tratta - come scrive Alberto Oliverio - di una pericolosa «“cultura della perfezione” che permetterebbe a tutte le coppie di intervenire sui figli scegliendo i caratteri migliori perché “normali». La famiglia che vuole il bambino perfetto ha forse paura del bambino così com’è, con le sue caratteristiche e le sue imperfezioni. Si vuole qualcuno da possedere, da curare, da amare, ma spesso si ha paura del bambino-persona, con le sue scelte e la sua capacità di autonomia. La maggior parte degli abusi e dei maltrattamenti, si sa, non avviene a causa di un mostro esterno e sconosciuto che viene a violare l’intimità della casa. È invece quasi sempre in famiglia che bisogna cercare il colpevole degli abusi. Anche nel caso di situazioni non abusanti, spesso ci si trova di fronte alla difficoltà di avere una relazione con un bambino/a con la sua personalità e le sue specificità. Si tratta di genitori, parenti, amici o vicini che non riescono a vivere un rapporto con un bambino-persona, ma solo con un oggetto di desiderio, o che non corrisponde al modello che ne hanno. L’incapacità di accettare quello che l’altro è, e di farlo crescere e sviluppare a partire dalle sue singolari caratteristiche, riflette un’incertezza narcisistica. L’insicurezza degli adulti si riversa così sui figli; non sapendo amare i più piccoli si finisce col rifiutarli proprio perché si teme di non essere amati abbastanza da loro. Anziché imparare l’arte di amare, spesso i genitori si preoccupano narcisisticamente solo di essere accettati, stimati e obbediti dai figli; in realtà, senza rispetto nei loro confronti, anche l’amore più grande rischia di disperdersi. Nessuno ammette che dietro questa ricerca della perfezione ci sia la paura di non saper amare e di non essere amati. Molti, invece, portano come giustificazione il timore che la società non accetti un bambino imperfetto (magari anche solo timido o non particolarmente «brillante» o competitivo). La società che non accetterebbe il bambino viene addotta come motivo per cercare di eliminare ogni imperfezione. Nell’adozione internazionale, ad esempio, si giustifica il rifiuto del bambino «diverso» perché il colore della pelle potrebbe creare problemi di integrazione nei coetanei, e così molte volte si rinuncia a sottrarre un bambino africano alla povertà. Si ha paura che i figli non vengano accettati e così li si rende più uguali possibile all’immagine stereotipata della pubblicità. In tutti questi casi, i diritti del bambino, teoricamente proclamati nella cultura contemporanea alla fine, paradossalmente, spesso ignorati e misconosciuti a favore dei diritti dei genitori, del loro benessere e della loro tranquillità. Soffrirebbero troppo se il loro bambino non è «come tutti gli altri». La ricerca di un modello ideale di bambino, in realtà, porta a distruggere quello vero, a non stimarlo e apprezzarlo. Il modello è sempre più, pericolosamente, quello della pubblicità e della moda. I bambini devono essere svegli e tecnologici, moderni e adultizzati. Precocemente fidanzati, consumatori, aggressivi, i bambini piacciono quando imitano gli adulti nelle loro nevrosi contemporanee, nel correre in mini auto o motorini, pavoneggiandosi in vestiti che imitano quelli dei grandi. I bambini vestiti da bambini, oggi sempre più rari, sembrano far vergognare i genitori perché ricordano che l’infanzia esiste. Ci si compiace del bambino-piccolo adulto nei modi, nell’abbigliamento e nel linguaggio, mentre si dimentica il suo bisogno di essere ora piccolo, ora grande secondo i suoi bisogni. A questo mito del bambino contemporaneo si accompagna la svalutazione della riflessività. Sempre più perdente sembra il modello del bambino magari studioso ma lento. Appare inutile la lettura, da «secchioni» portare gli occhiali, segno di incapacità e goffaggine, di astrattezza e incapacità di affrontare concretamente la vita. Anche la scuola a volte sembra negare l’infanzia, quando appare incapace di accettare il bambino così com’è. Certamente, si apprezza il bambino studioso e competente, che sta al suo banco e non crea problemi all’andamento della classe. Tuttavia, anche se la scuola delle «Indicazioni» ha sostituito quella dei «Programmi», si pretende che il bambino arrivi ai livelli prescritti intesi come «quello che bisogna sapere del programma». La scuola rischia ancora una volta di negare l’infanzia quando non pensa a misura di bambino, ma a misura dei «traguardi di apprendimento». L’educazione è sempre stata di fronte al bivio tra libertà e orientamento, tra autonomia e responsabilità. L’adulto che ha paura di far crescere il bambino libero nel vero senso della parola finisce o con il lasciarlo solo e senza guida o con il manipolarlo. Ci vogliono adulti, genitori e insegnanti che abbiano il tempo e la voglia di ascoltare in profondità quello che il bambino vuole dirci.La ricerca della perfezione
In cerca di futuro