A scuola e oltre Gennaio 2008
Che aria tira a scuola?
Il ’68 quarant’anni dopo
di Antonio Nanni
Sono già iniziati i ricordi, i bilanci, le commemorazioni che si prolungheranno per tutto il 2008 di ciò che avvenne nel mitico e controverso 1968.
Coloro che allora avevano 15-20 anni, oggi ne hanno 55-60, e forse hanno uno o più figli proprio di 15-20 anni. Una buona opportunità per tentare una verifica intergenerazionale tra i giovani d’oggi e coloro che oggi sono adulti, sia come genitori, sia come insegnanti ed educatori.
Che cosa è cambiato nelle relazioni tra i giovani, la scuola e la famiglia in questi 40 anni? Come si sono modificate le loro rispettive identità? Chi di loro si è più rafforzato o indebolito? C’è qualcuno di essi che ha guadagnato... o hanno perso un po’ tutti? In chi di essi è dato cogliere una maggiore vitalità e una più forte speranza?
Gli interrogativi potrebbero continuare, ma abbiamo l’impressione che non sia corretto confrontare i giovani di allora e i giovani di oggi, la famiglia di allora e la famiglia di oggi, la scuola di allora e la scuola di oggi, senza tener conto contemporaneamente e prima di tutto del clima sociale e dell’atmosfera culturale che si respirava in quel tempo e di quella - certo più realista e rassegnata - che invece si respira oggi in Italia, nell’Europa e nel mondo.
Ad esempio, da quanto tempo non soffia più un vento di innovazione analogo al Concilio, alla musica dei Beatles, ai fermenti dei campus universitari americani, alla forza trainante di uomini politici come Giorgio La Pira e M.L.King, o di uomini di Chiesa come Helder Camara o il Cardinal Pellegrino?
Vogliamo dire che nella storia un tempo di discontinuità non si manifesta per caso ma è il risultato della convergenza di tanti rivoli che portano acqua nello stesso bacino fino a farlo tracimare, trasformandolo in un’inondazione che finisce per travolgere un po’ tutto.
Gli obiettivi polemici della «contestazione studentesca» (come si diceva allora) erano i cosiddetti «matusa» e le istituzioni anacronistiche: la scuola, l’Università, la famiglia, la Chiesa, la fabbrica, la politica. Ovunque si diffondevano gruppi del «dissenso» e tutto veniva messo in discussione a partire dalle autorità gerarchiche e dai rappresentanti del potere.
Anzi, ci fu uno slogan che più di altri ebbe fortuna perché sembrava riassumere tanti fili di protesta sparsi qua e là: «l’immaginazione al potere». Un’espressione che nella sua ambiguità contiene sia l’utopia della libera creatività, sia uno spirito di anarchia senza limiti. Se, infatti, al potere s’insedia l’immaginazione, è chiaro che diventa «proibito proibire» e che ogni cosa venga ritenuta lecita. Ecco, il ’68 fu anche questo, ossia il tentativo di abbattere l’ordine costituito e di travalicare il senso del limite.
È vero che inizialmente la violenza simbolica era prevalente rispetto a quella fisica, materiale o armata. Ma non vi è dubbio che il fuoco della rivolta fosse animato da uno spirito di contrapposizione e di inimicizia che presto sarebbe degenerato.
Dopo la famiglia e la scuola, la Chiesa e la fabbrica, la politica e le istituzioni, sarebbe arrivato il turno delle forze dell’ordine, dei carabinieri e della polizia («celerini assassini»!!).
Non è compito di questa pagina andare oltre il ‘68 rievocando l’alleanza tra studenti e operai, l’autunno caldo del 1969, la formazione di movimenti politici extraparlamentari, fino alla nascita delle Brigate rosse all’inizio degli anni ’70. Un decennio buio e luttuoso per l’Italia che culminò - come tutti sanno - con l’assassinio di Aldo Moro.
Qui ci limitiamo a dire almeno che una riflessione sul ‘68 appare oggi certamente opportuna e forse doverosa se non previdenziale, ma non deve essere liquidatoria. La lezione che viene dal ’68 ci insegna che non esiste un cambiamento profondo senza una qualche discontinuità, ma anche che il senso del limite non deve mai venire meno per non sfociare nell’onnipotenza che diventa una catastrofe per tutti, anche quando s’ammanta d’utopia.