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Il resto del mondo Gennaio 2008

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   Agenda interculturale

Quando i musulmani aprono «’na ciesa»

di Alessio Surian

Mostra di non conoscere la realtà locale chi afferma che le moschee in Italia sono troppe. In realtà sono troppo poche. Più moschee vorrebbe dire maggiore capacità di ognuna di esse di occuparsi compiutamente del contesto locale. A questo proposito, sono state discusse all’Università di Padova le tesi degli studenti che hanno frequentato il Master in Studi Interculturali nel 2007. Fra gli altri, Tatiana Bovo si è chiesta cosa è successo dopo l’apertura di una sala di preghiera a Casale di Scodosia, in provincia di Padova, dove dalla fine degli anni ‘80 si sono stabiliti immigrati dal Marocco,occupati nel settore industriale del mobile. In una serie di interviste, l’autrice ha esaminato la reazione dei cittadini di Casale nei confronti della crescente visibilità dei musulmani e che previsioni facciano riguardo al futuro.

Il tentativo della comunità musulmana di affittare in parrocchia spazi da destinare all’incontro della comunità si è scontrato con una direttiva diocesana secondo la quale i parroci devono evitare di offrire spazi per il culto ai musulmani. La comunità musulmana ha quindi dato vita ad un’associazione ed ha acquistato un edificio lungo la via principale del paese dove è possibile riunirsi in preghiera, a partire dall’autunno del 2006. Lo scenario è inedito per i casalesi, che ora «ospitano» uno spazio che richiama cittadini anche dai paesi vicini. Racconta Bovo: «il venerdì pomeriggio inizia ad esserci traffico sulla via principale del paese, per non parlare dell’impossibilità di trovare un parcheggio libero lungo la strada. Il lato più “appariscente” del venerdì però sono tutti quegli uomini con una lunga veste bianca che passeggiano per il centro del paese dopo la preghiera, quando già è buio: chiacchierano sui marciapiedi, ordinano il kebab nel negozio di fronte alla “moschea”, conversano davanti all’internet point e bevono qualcosa nel bar di fronte alla chiesa. In poco tempo i cittadini iniziano a farsi sentire, presentandosi numerosi in Comune a chiedere chi ha dato il permesso a queste persone di “invadere” Casale. Ma quale associazione culturale! Quelli si trovano per pregare, e magari anche per organizzare qualche atto terroristico».

Ma cosa raccontano le interviste effettuate da Bovo? «A Casale, persiste ancora l’idea che le culture siano entità separate, diverse e difficilmente conciliabili. La maggior parte degli intervistati pensa che il numero degli immigrati aumenterà e che ci sarà più integrazione grazie alle seconde generazioni, ma nessuno degli intervistati si ritiene in qualche modo responsabile per ciò che succederà in futuro. Insomma, si è abituati a “starne fuori”. L’unica variabile che avrà a che fare con gli immigrati sembra essere il mercato del lavoro». Le interviste mostrano come l’allarme iniziale sia progressivamente diminuito, pur non essendoci stata alcuna iniziativa di reciproca conoscenza da parte dei due gruppi, e ora, secondo gli intervistati, musulmani e casalesi convivono tranquillamente.

«É davvero così? - si chiede Bovo -. In realtà non c’è convivenza, ma separazione, già presente prima dell’apertura della moschea, allentatasi per qualche tempo a causa di questo evento, ma che si è poi ristabilita. Qual è il rischio di situazioni come queste, peraltro sempre più frequenti in Veneto, dove i musulmani sono più di 100 mila e chiedono luoghi di culto? Il rischio è quello ritrovarsi con due “mondi” diversi, che convivono, o meglio che si ignorano, fino a quando va tutto bene. Viene a crearsi insomma un panorama multiculturale e non interculturale».

©Cem Mondialità

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