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Il resto del mondo Gennaio 2008

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   Mass media e diversità culturale in America

Un modello per il giornalismo interculturale?

di Andrea Raza

Quella della diversità culturale negli Stati Uniti è una questione ancora aperta e per molti versi irrisolta. Non è una semplificazione affermare che in questo paese la «razza» conti più di molto altro e che l’appartenenza etnica o la provenienza geografica di un individuo siano fattori rilevanti ai fini della sua realizzazione personale e sociale. Una società ghettizzata e ghettizzante, quella americana, dove le disuguaglianze fra gruppi etnici esistono ma sono legittimate da un’ideologia dilagante e da valori imperanti.
Attraverso i mezzi istituzionali vengono create e trasmesse delle immagini stereotipe della realtà e attraverso di esse viene mantenuto il sistema di oppressione di determinati soggetti ritenuti a-normali, poiché opposti al punto prospettico dal quale si parte per valutare e spiegare la società. E dal punto di vista etnico-culturale la norma negli Stati Uniti è identificabile nel Caucasian white man, l’uomo bianco di «razza» caucasica. Tutto il resto è altro.

E così avviene che nei mass media statunitensi l’altro risulta sovrarappresentato nelle notizie di cronaca, in particolare quelle relative alla criminalità, all’illegalità, allo spaccio di droga, alla delinquenza. È soprattutto la presenza di individui afroamericani e ispanici, in queste pagine dei giornali, a riportare alla mente l’immagine dell’altro caratterizzato dalla forza fisica e dalla violenza, che conduce una vita «senza valori», che non studia ma delinque fin da giovane, che vive senza un lavoro in regola.

L’altro viene inoltre rappresentato frequentemente in condizioni di povertà: i lavori che svolge non sono quasi mai lavori dignitosi. Vengono inoltre mostrati coloro che delinquono o non hanno un’occupazione, mentre è raro che si parli di chi ha lavori stabili e conduce una vita onesta. Quando ciò avviene, sono sempre i lavoratori di più basso livello ad apparire, quasi mai esperti, intellettuali, politici o artisti.

La cultura dell’altro è quasi sempre ignorata, se non quando è oggetto di curiosità, stranezza, originalità. Ci si interessa delle tradizioni di altre culture, di diverse religioni, ma da queste si mantengono sempre le distanze e le si osserva con occhio estraneo. Difficilmente vengono rappresentate la normalità e la quotidianità della vita che svolge l’altro. Per questo l’altro è anche il grande escluso dai media, e sottorappresentato nelle parti dei quotidiani relative agli aspetti della realtà che non siano la cronaca e l’immigrazione.

L’altro non ha neppure voce. Raramente gli viene data la parola, talvolta neppure quando è lui stesso il protagonista delle news. Appartenenti alle minoranze e immigrati di altre nazionalità sono dunque dei fantasmi che appaiono solo quando si tratta di accusarli per fatti di cronaca o per crimini che li vedono coinvolti.

La realtà culturale degli Usa non è molto diversa da quella italiana

Si potrebbe pensare alla realtà culturale statunitense come troppo distante da quella italiana per poterne fare un raffronto, per via del diverso background, della sua lunga storia di immigrazione iniziata secoli prima e originata da particolari eventi politici e storici. Tuttavia se confrontiamo i risultati delle ricerche sui mass media nei due paesi si notano numerose analogie nella rappresentazione della diversità culturale.

Il confronto con la realtà statunitense può dunque risultare illuminante, sia per prendere le distanze da quelli che sono gli approcci che hanno avuto effetti negativi, sia per prendere ad esempio le azioni positive adottate oltreoceano.

In ogni mezzo di comunicazione è possibile ritrovare numerosi elementi che tendono a rinforzare gli stereotipi negativi dell’altro, inteso come «diverso» dal bianco-occidentale, dal quale si tende a partire come presupposto: l’uso del linguaggio, l’accostamento di un’immagine a un determinato articolo, l’agenda-setting delle notizie, la gerarchia che decide quale evento è più importante di un altro, la «presenza-assenza» degli altri nei media, la connotazione che di essi ne emerge.

Possiamo concludere affermando che ogni società possiede il suo - o i suoi - altri. E sono proprio questi altri a permettere la legittimazione dello status quo. E i mass media possono perpetrare queste forme di gerarchizzazione sociale che coinvolgono anche gli appartenenti ai diversi gruppi etnici. Così come possono, attraverso la loro azione educativa e formativa, contribuire al superamento di immagini e ideologie a sfondo razzista che continuano a mantenere vive numerose forme di discriminazione dei cosiddetti altri. È questo il compito di un giornalismo interculturale, di un giornalismo che sappia rappresentare fedelmente una realtà complessa, rispettando l’identità e la cultura di ognuno.

È forse un giornalismo interculturale quello statunitense? Nell’approccio delle politiche sociali in questo paese si fa riferimento al multiculturalismo; allo stesso modo la comunicazione si rapporta alla diversità culturale secondo tale logica: e così ogni gruppo etnico proclama la propria identità e il proprio valore, differenziandosi dagli altri e scegliendo una sorta di auto-segregazione. Sono nate in seguito a un tale processo culturale numerose testate «di settore» gestite e rivolte agli appartenenti di un ristretto gruppo sociale: dal canale televisivo ispanico, alla rivista di cultura afroamericana; dalla radio che si rivolge esplicitamente a una black audience, agli studi sociologici che si concentrano sui nativi-americani o sugli asiatici-americani.

In un simile contesto vi è davvero poco di interculturale. Certamente vi è rispetto per ogni individuo e ogni gruppo etnico, ma si tratta di una libertà relativa, confinata nel proprio compartimento, senza che siano resi possibili contatti o scambi. A ognuno sembra sufficiente restare dov’è, senza cercare il dialogo con l’altro. Ma ai fini della realizzazione di una società interculturale non basta il rispetto degli altri, serve anche una conoscenza, un incontro, una relazione con essi.

Da questo punto di vista il giornalismo «generalista» americano - quello che si rivolge indistintamente a tutti i cittadini - è ancora particolarmente carente e necessita di una svolta che probabilmente non è rappresentata dal multiculturalismo. E se dobbiamo pensare a un modello di giornalismo che sappia rappresentare al meglio una società complessa come quella moderna, quello «settoriale» non appare forse il più riuscito, con la sua tendenza a separare piuttosto che a unire e avvicinare.

©Cem Mondialità


Uno studio del New York Times (settembre-ottobre 2006) dimostra come solo il 7.1% delle notizie della parte del quotidiano relativa agli Interni vede la presenza di cittadini americani non-bianchi. Di questo 7.1%, ben il 31.3% è rappresentato da articoli di cronaca o servizi riguardanti problematiche sociali. Nella parte dedicata all’economia (Business) gli articoli che trattano di soggetti appartenenti a minoranze etniche, interpellati in veste di esperti, è del 2.8%, contro il 26.6% dei bianchi.

La sezione dello sport è invece l’unica in cui le minoranze sono sovrarappresentate, con un 50.1% di articoli relativi ad atleti di colore: a conferma dello stereotipo che vede gli altri come più predisposti all’attività fisica rispetto a quella intellettuale.

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