Dossier Giugno-Luglio 2008
Dossier
La politica e la nuda vita. È ancora possibile educare?
a cura di Antonio NanniIl tema che abbiamo scelto di approfondire per il 2008-2009 rappresenta il passo ulteriore all’interno della questione antropologica e dell’emergenza educativa.
Dalla sfida del post-umano passiamo quest’anno al problema attualissimo della bio-politica, ossia alla riflessione critica sulla politica della vita (che ieri come oggi può degenerare in una politica «sulla» vita).
Intrecciare tra loro la nuda vita, la politica e l’educazione è una via per mettere a confronto il potere (il biopotere) e la debolezza intrinseca dell’educazione soprattutto oggi che è ridotta al lumicino:
Il CEM è consapevole di essere una realtà debole ma speriamo significativa. Un piccolo segno di speranza, niente di più. Con un grande ed imperdonabile difetto: quello di credere nella forza contagiosa e inarrestabile dell’educazione.
1. GIUGNO-LUGLIO 2008 (numero programmatico)
Giù le mani dalla vita!
Il punto da cui vogliamo partire è il potere della biopolitica e il potere debole dell’educazione.
Ancor più se si pensa che fino ad oggi l’educazione - quel poco che resta di essa - appare assolutamente distratta rispetto a questo problema. La famiglia, la scuola, le associazioni, i media non si occupano sufficientemente di affrontare con gli strumenti dell’educazione e dell’informazione il nesso che collega vita e politica. Si procede come se queste due sfere fossero indipendenti l’una dall’altra. Non c’è consapevolezza del biopotere, ossia del potere della politica sulla vita, dalla nascita alla morte, dalle cellule staminali al testamento biologico. Riflettere sulla biopolitica significa avere la possibilità di prendere coscienza che esiste un «governo della vita» non diretto dalla persona che vive, ma eterodiretto dalla politica. Scrive il filosofo Vittorio Possenti: «La biopolitica si staglia come grande problema civile: è l’ospite inquietante che bussa alla porta, capace di cambiare la percezione che abbiamo di noi e il senso dell’umano. Con le moderne tecnologie la biopolitica, che è sempre esistita, assume un volto profondamente ambiguo: parte come politica dei corpi e potere su di essi e diventa presto potere sulle persone che non sono minimamente separabili dal loro corpo (…)».
La questione biopolitica ci immerge nell’ideologia, se ideologia è il tentativo di cambiare i nomi allo scopo di cambiare la percezione della realtà. Il linguaggio viene violentato per far intendere qualcosa di altro e diverso (Biopolitica, la nuova sfida, in Avvenire, 23 marzo 2008).
Per i suoi studi approfonditi sulla vita e sulla biopolitica è di particolare interesse ciò che scrive Roberto Esposito, filosofo napoletano, sul settimanale Vita: «È necessario pensare vita e politica come qualcosa di originariamente congiunto, non come due sfere separate che ad un certo punto si incontrano. Perché se pensiamo a vita e politica come due sfere staccate, è chiaro che l’incontro fra le due non può che avvenire nei termini di un tentativo di acquistare potere l’una sull’altra: di una politica che pretende di dominare la vita (…)». Per Esposito «già ci sono mille forme di biopolitica affermativa, dal volontariato alle donazioni, alle forme del “mettersi in mezzo” di cui parla Aldo Bonomi». È proprio su queste forme positive di biopolitica che il CEM cercherà di offrire informazioni attuali e significative.
Per vivere bisogna mangiare. Il diritto al cibo per alimentarsi è una priorità cui la politica non può sottrarsi. Oggi il problema della fame torna a farsi sentire a livello mondiale e la FAO, l’agenzia alimentare dell’ONU, ha fatto sapere che ben 36 paesi del Sud del mondo sono a rischio di guerra civile poiché i generi di prima necessità hanno moltiplicato il loro prezzo. Anche sull’acqua crescono le tensioni, per la sua scarsità e per la tendenza a privatizzare un bene comune mondiale. Un’altra questione che continua a far discutere è quella sugli Ogm, che vedono tanti cittadini impegnati a raccogliere le firme per bloccarli (si pensi alla campagna «Italia-Europa libera da Ogm»). Si vuole che la biodiversità e i prodotti agroalimentari non diventino transgenici in modo da tutelarne la genuinità, la qualità, la sostenibilità e dunque la salute dei cittadini. Fino a quando non sarà definitivamente acclarato che questi organismi geneticamente modificati non hanno davvero nessuna incidenza sulla nostra salute, invochiamo il cosiddetto principio di precauzione. Fino a quando non si sarà certi, meglio non consumare questi cibi. Ciò che oggi fa molto discutere è l’importanza che viene data alla produzione degli agro-combustibili e dei biocarburanti (che vengono ricavati dal miglio, canna da zucchero, soia e altre piante). Grazie al boom degli agrocombustibili le grandi industrie di etanolo stanno consolidando il proprio potere sull’intera catena del valore dei biocarburanti: Cargill e ADM controllano il 65% di tutto il commercio globale di cereali, Monsanto e Syngenta un quarto dei 60 miliardi di dollari dell’industria della tecnologia genetica.
Farmaci, sanità e malattie. Biopolitica e diritto alla salute
Oltre all’alimentazione c’è la salute che appare fondamentale per la vita delle persone. Se andiamo ad analizzare gli otto obiettivi del millennio che per il 2015 avrebbero dovuto apportare tanti benefici all’umanità, ci accorgiamo che tre di essi riguardano problemi sanitari. Infatti l’obiettivo quattro prevede di diminuire la mortalità infantile al di sotto dei cinque anni, attraverso un sistema di assistenza sanitaria di base; l’obiettivo cinque afferma la necessità di migliorare la salute materna poiché molte donne nei paesi poveri muoiono per cause legate alla gravidanza e al parto; infine l’obiettivo sei si propone di controllare l’Aids, la malaria, la tubercolosi, e altre malattie. Bisogna allora riprendere il lavoro di informazione e di sensibilizzazione sui cosiddetti farmaci essenziali o salvavita. Così come è importante comprendere perché, ad esempio, in base all’etica dei farmaci, la Chiesa cattolica si oppone ai medicinali pro aborto ed eutanasia e invita i farmacisti (che hanno un ruolo educativo nei confronti dei pazienti ) a fare obiezione di coscienza.
I corpi e il sesso tra educazione e politica
Quanto il sesso sia centrale nella società di oggi tutti possono constatarlo dai mezzi di informazione, dalla pubblicità, dalla moda, dai comportamenti sociali. Evidente appare il collegamento tra il corpo e la sessualità, ma ciò che dovrebbe essere sottolineato è da una parte l’educazione sessuale, e dall’altra l’intervento della politica sulla sessualità in alcune sue manifestazioni particolari come l’omosessualità, la pornografia, la pedofilia, ecc. Un approfondimento adeguato potrebbe essere riservato all’educazione sessuale nelle scuole che non deve essere ridotta a pura informazione.
Non voi è dubbio, infatti, che l’educazione sessuale comprenda aspetti psicologici, etici, antropologici, sociali, giuridici, e perfino religiosi. Oggi è importante riscoprire il significato della sessualità nella vita della persona aiutando le nuove generazioni a superare la superficialità e lo sfruttamento del sesso che dilaga nella società attuale e che vede una classe politica impotente e spesso compiacente.
Quando il lavoro uccide. Ripensare l’economia oltre il capitalismo compassionevole
Fino a ieri le parole che più si accompagnavano a «lavoro» forse erano precariato, flessibilità, sfruttamento, lavoro nero, ecc. Negli ultimi anni è emerso il dramma delle morti sul lavoro, con la conseguente presa di coscienza di una tragedia invisibile e silenziosa, di cui sono spesso vittime giovani e immigrati. Il lavoro ha un ruolo centrale nella vita delle persone, ma deve essere ripensato a partire dalla «socialità» e non da una concezione individualistica. Il movimento dei lavoratori aveva dato vita alla cultura della solidarietà e del mutualismo, cultura che però è andata gradualmente tramontando. Abbiamo allora bisogno di promuovere un nuovo umanesimo del lavorocome valore fondativo di una società solidale e coesa. Il sistema economico è ormai così squilibrato a tanti livelli da non essere più sostenibile per il futuro. Occorre il coraggio di andare oltre il capitalismo compassionevole e verificare se le vie della «decrescita» e dei «beni comuni» saranno efficaci e concretamente percorribili.
Tra corpi folli, drogati e depressi
Nella società attuale il tema del disagio è crescente e riguarda tutte le età, non solo i giovani. Rientrano nell’ambito del disagio anche i problemi delle devianze, del disadattamento e dell’emarginazione, compresi quelli della follia, della droga pesante e leggera, della depressione sempre più diffusa tra i cittadini. È importante approfondire le forme del disagio a partire dalle domande del «corpo» che non trovano risposte nel sistema sociale, nel modello di sviluppo e nelle proposte educative del nostro tempo. Quando la corporeità non viene ascoltata si generano degli effetti che interferiscono sia sugli equilibri mentali (follia, depressione), sia sui meccanismi della dipendenza (tossica o video che sia).
Tra città e periferia, sicuri da morire?
Anche le ultime elezioni politiche che si sono svolte in Italia hanno dimostrato quanto sia determinante il tema della sicurezza nelle nostre città. Dobbiamo partire da un dato concreto: la gente ha paura e si sente insicura. Se la politica trascura questo fatto, i cittadini tendono a radicalizzare la loro richiesta di sicurezza a livello nazionale e a livello locale, sia nelle periferie, sia nei centri storici. È importante assumere un punto di vista post-ideologico e ritenere che il valore sociale della «sicurezza nella legalità» non sia né di destra né di sinistra, ma semplicemente un requisito fondamentale e irrinunciabile della vita pubblica, soprattutto negli spazi urbani. Senza il rispetto delle regole non è pensabile costruire una cultura del con-vivere nella pluralità e nella coesione sociale. La paura dei cittadini non si vince con le ronde, né con le protezioni esasperate, ma rafforzando le vie della legalità, della solidarietà e del dialogo.
Pubblicità e privacy nella società mediatica. Quale etica dell’informazione?
Così come esiste una bioetica nel campo della medicina e della ricerca scientifica, così deve esistere una «info-etica» nel campo dell’informazione, appunto, e della pubblicità nella società mediatica. Sul diritto alla privacy sappiamo ancora troppo poco. È legittimo, ad esempio, pubblicare su internet i redditi dei contribuenti italiani o questa iniziativa rappresenta una violazione alla privacy? Così pure, è opportuno proteggere i dati sanitari dei cittadini ed evitare che chiunque (anche le compagnie di assicurazione) venga a sapere che una persona è sieropositiva, cioè portatrice del virus Hiv? Nella nostra società informatica e digitale il tema della privacy e della pubblicità è complesso e richiede un’attenzione etica, giuridica ed educativa, con particolare riguardo per i bambini.
Carcere, tortura e pena capitale. Biopolitica tra reato e punizione
Chi sbaglia paga. E spesso gli errori che si fanno nel corso della vita sono veri e propri reati puniti dalla legge. Il modo di concepire le pene e le punizioni è cambiato nel corso del tempo. Ad esempio in passato valeva il principio «occhio per occhio, dente per dente», ma questo principio vendicativo è stato lentamente abbandonato per fare posto al diritto e alla giustizia. Il carcere come luogo di detenzione è un’istituzione piuttosto recente. Prima del XIX secolo si ricorreva a forme punitive il cui effetto deterrente e persuasivo consisteva nelle pene fisiche (torture, lavori forzati…) o in pene di tipo economico (ammende, confische di beni …), mentre per i reati più gravi si ricorreva addirittura alla pena di morte. Il rapporto tra la pena e il reato mostra bene fin dove arriva il bio-potere attraverso la creazione di istituzioni «totali» e il monopolio sulla vita e sulla morte delle persone.
Pensare la vita pubblica con Dio e senza Dio. Quale statuto di laicità?
Evitando la duplice deriva del dogmatismo ideologico e del fondamentalismo religioso, occorre gettare le basi di un’etica pubblica condivisa, perché senza regole è impossibile convivere. Si apre a questo punto il problema della laicità in una società post-secolare e multiculturale dove convivono credenti, non credenti e diversamente credenti. Oggi deve essere tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di ogni fede di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale. Nel XXI secolo non possiamo riproporre uno statuto di laicità come si è affermato nell’Ottocento, quando si contrapponevano ragione e fede, Stato e Chiesa, spazio della secolarità e spazio della sacralità. In questo senso la nuova laicità è non solo compatibile, ma è addirittura richiesta dalla natura democratica dello Stato moderno.
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