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A scuola e oltre Giugno-Luglio 2008

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Rita Vittori  Bambini e Bambine

Il lavoro educativo come cammino filosofico

di Rita Vittori

Di fronte a cambiamenti paradigmatici importanti, connessi a un profondo cambiamento nella visione della «natura umana» che gli scenari medici e scientifici ci stanno prospettando, come educatori e insegnanti ci troviamo nuovamente di fronte ad antiche domande, che diventano la fonte di nuove ricerche pedagogico-educative.

Si intravedono piccoli mutamenti nella visione di una «natura umana» non più intesa come essenza immutabile, bensì come la frontiera di un territorio da scoprire, su cui l’azione degli scienziati può incidere a tal punto da cambiarne la conformazione. Di fronte alle nuove possibilità che di intervento sul Dna dei futuri nati, fino a pochi anni fa ritenuto impossibile o comunque sacrilego, in che modo i nostri allievi si raffigurano l’essere umano? Quali nuove frontiere etiche abiteranno le loro menti per distinguere ciò che è prettamente umano da ciò che non lo è, cosa verrà guardato come dis-umano, ultra-umano? Quali nuove categorie mentali, quali nuove rappresentazioni linguistiche dovranno essere inventate per de-finire ciò che un tempo sembrava il limite dell’azione umana?

Alla ricerca di domande di senso

Soprattutto dopo la crisi del pensiero lineare, a cui il «pensiero debole» e i «paradigmi della complessità» hanno cercato di aprire nuovi orizzonti di senso, si riaffaccia la necessità di richiamare la «filosofia» per riproporre antichi interrogativi (che cosa significa oggi conoscere, interpretare, costruire modelli; cosa significano male, bellezza, giustizia, dolore, morte; quale legame tra l’azione e la fede, tra la storia personale e quella globale, ecc.?). Senza queste domande, l’azione di ciascuno di noi, anche degli insegnanti e degli educatori, si basa sull’incerto o sull’effimero, in balìa di concetti come «efficienza», «efficacia», «successo scolastico», ecc.

Dobbiamo allora cominciare nuovamente ad avere il coraggio, senza il timore di essere invitati a frequentare come clienti lo studio di qualche psicoterapeuta, di porci delle domande e invitare i nostri allievi a porsi domande di senso come «Perché sono al mondo?», «Che senso ha per me vivere?».

La filosofia, in fondo, è una componente strutturale di ciascuno di noi. Infatti, ogni volta che abbiamo dato una svolta al nostro percorso di vita o abbiamo vissuto trasformazioni profonde, ci siamo trovati di fronte a queste domande, come fossero un segnale che le consuete «cornici» di significato si stavano sgretolando, ma anche che nuove «cornici» stavano prendendo forma poco per volta.

Certo non si tratta di andare alla ricerca di «verità» rivelate da qualcuno (guru o setta che siano) e rese attraenti da chi ha capito che esiste un buon mercato per chi si mette a vendere parole quali cuore, anima, spirito, mistero ecc. Si tratta, invece, di ri-scoprire la necessità di ri-flessione sui nuovi sensi delle plurime esistenze che ricominciano a godere della possibilità di «interrogarsi». Allora il riflettere sui molteplici sensi della propria esistenza (che significa ricercare i significati di atti semplici e quotidiani all’interno di un orizzonte di senso sempre più consapevole), diventa il simbolo del cammino, del sentiero su cui si snoda la nostra esistenza… la vita come pellegrinaggio verso la meta che è la nostra morte, vista non come la fine di tutto, ma come un attraversamento di frontiere dell’essere che fa della resurrezione una quotidiana esperienza.

Un lavoro filosofico tra educatori come comunità di ricerca

Chi lavora in una relazione di aiuto rischia di diventare un «professionista» dell’aiuto, quindi anche efficiente e efficace, ma senza passione o comunque facilmente deluso da un lavoro che spesso non porta a risultati eclatanti. Ricominciare o cominciare ad arricchire la propria formazione con conversazioni, letture e dibattiti su quanto riguarda l’educazione e/o la formazione umana rischia di apparire un po’ superato, ma in realtà può far ritrovare la passione a molti insegnanti o educatori che in questo momento si sentono confusi, a volte demotivati, di fronte ad un contesto che li vorrebbe solo esecutori di decisioni politiche che cambiano continuamente.

È la capacità di ritrovare il piacere di un pensiero personale su grandi questioni, che mescoli esperienza e interpretazione del presente, di un pensiero che non deve piacere agli altri per essere venduto e comprato, bensì gratuito, i cui significati alimentino la capacità di guardare oltre l’orizzonte attuale, per esplorare i futuri possibili, alla ricerca di ciò che vale la pena di costruire seriamente.

Queste domande bisogna porsele tutti insieme, come una comunità impegnata nella ricerca, che apprende a filosofare, cioè a cambiare continuamente punto di osservazione [1], a esplorare vecchi e nuovi significati delle parole, ad amare l’arte del dubbio. Bisogna abituare anche la classe a porsi domande, e attraverso il dialogo in gruppo cercare di esplorare i possibili scenari di senso delle risposte, che comunque evolvono, si modificano, si collegano, si ibridano, diventando un metodo perché ciascuno possa riappropriarsi della capacità di dare significato e direzione alla propria vita, non accontentandosi di opinioni sentite in tv o lette sui giornali. Un lavoro filosofico che unisca insegnanti e allievi, che ridisegni i luoghi del Bello e del Brutto, perché le scuole diventino contesti in cui i bambini possano incontrare la Bellezza nelle sue varie forme: narrativa, poetica, artistica, musicale, ma soprattutto riconquistino una posizione nella mente degli allievi come «luogo formativo».

©Cem Mondialità


[1] Cfr. Duccio Demetrio, Fisica e metafisica del lavoro educativo, in «Animazione sociale», gennaio 1998.

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