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Dossier Maggio 2008

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   Dossier

Per una teo-logia corporale

di Marco Dal Corso

In continuità

Il discorso circa la fede corporale che Carmine Di Sante ha proposto per noi negli ultimi numeri della rivista è chiamato ora a tradursi, come tappa conclusiva del percorso, all’interno di un nuovo pensiero che sappia interrogare la riflessione tradizionale. Leggere il corpo come «sacramento» per rinnovare l’umano, denunciare il disumano e poter abitare consapevolmente anche il tempo del post-umano.

Il corpo al centro del pensiero teologico

Se, come ricordato dalle firme apparse su questa rubrica (Livia Maggi, Letizia Tomassone e il già citato Carmine Di Sante), la Bibbia è, in qualche maniera, il libro dell’altro, rimane vero che essa trova il significato della presenza dell’altro nella figura dell’invocazione, dell’appello che chiama a responsabilità, a risposta, ad attenzione e cura. Perché quello che è da difendere, di cui prendersi cura, da promuovere non è il concetto dell’altro, ma il corpo dell’altro. Qui riposa la logica-illogica biblica e teologica. Essa, allora, non costituisce l’ordine del riconoscimento e della tolleranza, idee e valori, infatti, pensati inizialmente al di fuori, quando non contro, le religioni. La responsabilità biblica nei confronti dell’altro fonda una radicalità etica oltre la tolleranza e verso la giustizia. Una radicalità, insomma, che non dipende dalle concessioni teoriche dell’io, ma dalle necessità vitali dell’altro. L’appello della vittime i cui diritti, in primis quello della vita, sono stati calpestati è appello radicale, definitivo, impegnativo. Rispetto al quale non si può essere neutri o politicamente corretti.

I corpi del povero e dello straniero

Nel corpo del povero e dello straniero di cui parla la Bibbia c’è una descrizione della persona umana come essere di bisogno che supera, ancora una volta per radicalità esistenziale prima ancora che per riflessione categoriale, la visione classica dell’uomo come desiderio d’infinito oppure, agli opposti, la visione antropologica moderna segnata dal senso del vuoto e dell’angoscia. Il povero che invoca, lo straniero che chiede aiuto aprono la riflessione alla categoria biblica della relazione di affidamento. Il bisogno dell’altro motiva, descrive, fonda la responsabilità dell’io. L’esperienza umana fondamentale, fin dalla nascita, allora è quella dell’affidamento, dell’ospitalità: siamo stati, in diversa maniera, ospitati e affidati [1]. Il nostro corpo è una storia di ospitalità o di inospitalità. La capacità di ospitare o meno sarà in qualche misura la risposta all’esperienza, qualunque essa sia, di essere stati a suo tempo ospitati.

Per la teologia ci sono almeno due figure corporali che propongono un’alterità radicale: quella del povero e quella del nemico.

L’essere di bisogno che è il povero, a partire dal suo corpo, pone la persona che lo accoglie, l’ospitante, fuori dalla sfera dell’io e dentro una relazione di responsabilità. Egli impara, esperienza mirabile dell’ospitalità vera, che il bisogno dell’altro non è mai assimilabile, ma solo colmabile; che la misura della relazione non è data dalla mia capacità di tollerare o comprendere, ma dalle necessità dell’altro a cui rispondere. Fuori dalla logica della simmetria e dentro quella illogica dell’asimmetria. Ma si può pensare così solo al di fuori della logica dell’io e del principio identitario. Solo l’ospitalità elevata a principio ecumenico può reggere questa relazione senza ridurla a cosa, ma vivendola per quello che è: relazione appellante.

Anche la figura corporale del nemico, infine, rappresenta un altro momento di alterità radicale: egli è irriducibile all’io perché oppositivo. Non solo fuori dall’io, ma adesso contro l’io. E qui la sfida della corporeità chiede che l’ospitalità diventi impegnativa: essa è chiamata a ricostruire la relazione di amicizia. Molto oltre la logica dell’io, le sue ferite, la sua misura, i suoi desideri.

Colui che crede con il corpo, come abbiamo tentato di dire nella rubrica, conferma un percorso teologico importante. Egli credendo con il corpo, ospitato, difeso, amato prima che ospitante e amante, fa esperienza che il soggetto umano è eterocostituito e non costituito da solo, che la sua autenticità non riposa nella legge della natura, ma oltre essa in quella regola radicale che è vivere per l’altro e, infine, proprio nella sua coerenza all’appello etico lanciato dall’altro, piuttosto che nella sua appartenenza religiosa, fonda la sua prossimità a Dio. Il soggetto ridefinito dalla teologia corporale, certo, non è quello che si afferma e si costituisce da solo, sovrano a se stesso, autonomo e indipendente; diversamente, il soggetto è sottoposto all’altro. Ma tale sottomissione non lo schiaccia sotto il peso dell’infelicità, ma lo libera dalla tirannia dell’io e, infondo, dalla sua finitudine. Qui il senso cristiano di risurrezione [2]

Insomma, il corpo dello straniero ospitato, come quello del povero accudito, del bambino soccorso, della vedova aiutata sono figure che rappresentano per la teologia corporale la legge del reale. L’altro in quanto essere di bisogno che mi affida un compito e mi assegna uno scopo libera la visione della realtà: oltre il tutto di cui l’io è parte come pensava la filosofia antica, ma anche oltre l’io che sovrasta il tutto come vuole la filosofia moderna. All’origine non il tutto o l’io, ma l’accoglienza del corpo dell’altro. L’umanità che ne deriva, allora, è quella contrassegnata dalla fraternità, il tempo e lo spazio quelli della condivisione. Si tratta di ripensare i rapporti, di ripensare l’accoglienza dei corpi altrui come etica e come principio rifondatore.

©Cem Mondialità


[1] Per una categorizzazione dell’idea di ospitalità vedi Marco Dal Corso e Sgroi Placido L’ospitalità come principio ecumenico, Pazzini, Villa Verrucchio (Rn) 2008, a cui queste note rimandano.

[2] Per una rilettura in questa chiave dell’evento della passione rimando all’ultima fatica di Carmine Di Sante, La passione di Gesù, Città Aperta, Troina (En) 2007.

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