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A scuola e oltre Maggio 2008

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Aluisi Tosolini  Che aria tira a scuola?

In difesa della vecchia zia... Verso l’eclissi del bene comune chiamato scuola?

di Aluisi Tosolini

Finita la campagna elettorale sono pronti al via il nuovo governo ed il nuovo ministro dell’istruzione. Qualche riflessione.

1. La scuola è stata assente dalla campagna elettorale. Solo evocata a grandi linee, spesso in modo generico e con proposte tese alla massima semplificazione, la scuola non è stata al centro di alcun serio dibattito e confronto. Abbandonata a se stessa, come non importasse più di tanto. Come una vecchia zia un po’ rintronata, che tanto si sa che è sempre lì e non merita troppa attenzione. Certo, quasi tutti a dire che il futuro è nella formazione e nella conoscenza. Ma nulla di più. Discorsi irrilevanti.

2. Tutti, nel mondo della scuola, sanno che negli ultimi 12 anni (a partire dalla commissione dei Saggi nominata da Berlinguer e guidata da Roberto Maragliano) ogni governo ha tentato di mettere mano ad una profonda riforma del sistema scolastico italiano. Tentativi spesso calati dall’altro, processi di ingegneria che toccavano più il sistema nel suo complesso che la quotidianità del processo formativo. Nessuna di queste riforme è andata davvero in porto: non la legge 30 di De Mauro, cancellata dal Ministro Moratti nei primi giorni del suo insediamento; non la legge delega 53/2003, sottoposta alla cura del cacciavite da parte del Ministro Fioroni per svuotarla dall’interno. E lo stesso, presumo, succederà per le indicazioni nazionali e la sperimentazione del documento tecnico per il biennio obbligatorio elaborate dal governo Prodi. L’esito reale di tutte queste operazioni è la stanchezza assoluta degli insegnanti e della scuola che per ben tre volte sono stati chiamati a sperimentare le nuove strade indicate dai ministeri che si susseguivano con la certezza che tanto da lì a poco tutto il lavoro svolto sarebbe stato da buttare. Un fare e disfare cui molti nel mondo della scuola si sono opposti con un silenzioso rifiuto ad essere ingaggiati in un percorso di cui non si vedeva in un alcun modo l’esito possibile. Due frasi, mille volte sentite nei conciliaboli fra docenti, rendono l’idea meglio di ogni altra riflessione. La prima: «non è cambiato niente, quello che di nuovo ci viene chiesto noi lo abbiamo sempre fatto». Affermazione falsissima, sia chiaro, e che riduce tutto ad una questione nominalistica: un tempo si facevano le unità didattiche, poi le UDA, un tempo si lavorava per obiettivi, poi per competenze e poi per traguardi di competenze… ma infin dei conti basta cambiare titolo a quello che abbiamo fatto sino a ieri e tutto va a posto. Non è il caso di prendere troppo sul serio alcun cambiamento. La seconda, rivolta al mondo della politica scolastica: «Adesso basta: non ne possiamo più di cambiare strada ogni due anni. Fate quello che volete: avvertiteci quando avete finito ma nel frattempo lasciateci in pace che continuiamo come abbiamo sempre fatto». E così la scuola diventa sempre più residuale, lontana dai processi che a grande velocità cambiano il paesaggio socio-culturale delle nostre città glocali. Sarà possibile, questa volta, cambiare strada e metodo?

3. La scuola negli ultimi anni è stata sempre più vista come un campo di battaglia dove diverse (e legittime) prospettive culturali si combattono all’ultimo sangue. Non un bene comune che appartiene a tutti, quanto piuttosto una preda da acquisire a questa o a quella visione del mondo. Un errore gravissimo che sta distruggendo il mondo della formazione in Italia. La speranza è che questa stagione sia conclusa e che la scuola torni ad essere vissuta come la casa di tutti. In cui i diversi paradigmi e riferimenti possano confrontarsi e proprio per questo trasformasi in processi culturali significativi anche nel momento nel confronto aspro. Ma per fare ciò occorre forse ripartire non tanto dall’ingegneria scolastica (quante ore a te e quante a me) o dalla sterile delineazione del prodotto finale atteso (sia esso il Pecup e le competenze) quanto piuttosto dai processi di apprendimento che accadono nell’interazione quotidiana tra studenti e docenti. Perché la scuola è, prima di tutto, proprio questo. Il resto è contorno. Ed è questa scuola che deve essere ascoltata prima di mettersi a pensare a nuovi cambiamenti. Almeno ascoltata!

 

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