Editoriale Marzo 2008
Editoriale
Un Dio sconfitto?
Brunetto Salvarani«Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi - ovviamente siamo a Gerusalemme, e dove sennò - è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, e così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?”. Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa”».
In questi giorni densi di contraddizioni, di pessimismi generalizzati e di atei devoti, il racconto di Amos Oz (da Contro il fanatismo) forse non è solo una felice boutade. A ben vedere, quel Dio a sorpresa disinteressato della dimensione religiosa fa il paio con un tema, quello della sua sconfitta, che alla luce del cristianesimo non-religioso di Bonhöffer e della sconfitta di Dio annunciata da Quinzio emerge sempre più come intrigante e meritevole di approfondimenti. Certo può sembrare paradossale dire di una presunta debacle divina, nell’anno 2008: cioè nel cuore di una stagione in cui, semmai, numerosi nell’opinione pubblica sono i segnali di una forte smentita delle tesi che imperversavano attorno al Vaticano II, su di un definitivo esaurimento della funzione pubblica di Dio, nel cosiddetto occidente. Eclissi del sacro, fine della religione, secolarizzazione: ecco i titoli di best-seller assurti a slogan al di là del circuito teologico, che hanno segnato a lungo la ricerca sul posto delle religioni in un mondo già del tutto disincantato, soddisfatto e proteso a magnifiche sorti e progressive. In realtà il fuoco covava sotto la cenere, e bastò un evento periferico nello scacchiere planetario come la fine del regime iraniano dello Scià, col ritorno al potere degli ayatollah sciiti (1979), per spingere Gilles Kepel a proclamare, anni dopo, che Dio una volta di più, in realtà, stava rivincendo trionfalmente il match contro le forze che l’avevano espulso dall’orizzonte pubblico. Egli coglieva una congerie di indizi che oggi potrebbe allargarsi, fino alla contestuale funzione di collante civile che chiese, moschee e sinagoghe vanno offrendo a stati in cui è palpabile la grande crisi della politica e della rappresentanza; ma già un rapido sguardo offre la mappa di un pianeta che, ben prima dell’analisi di Huntington sullo scontro fra civiltà, risulta ripopolato di dèi tanto in auge da esigere non di rado sacrifici umani ai loro devoti.
Perché, allora, interrogarsi su di un’idea come quella della sconfitta di Dio? In primo luogo perché occorre indagare attentamente su quale Dio sia quello di cui la sociologia sta registrando la rivincita. Spesso, infatti, si tratta di un Dio tribale, assolutista e premoderno, a dispetto delle tecnologie à la page adottate dai suoi seguaci. Un Dio sanguinario, nazionalista, incapace di fare i conti coi processi di meticciamento avanzato, portato ovvio di un mondo globalizzato: un Dio, in sintesi, fondamentalista. Dall’altra parte, in contraddizione solo apparente con tale modello, affiora un Dio low cost: poco esigente e virtuale, come quello sincretistico della Next Age, estrema propaggine individualistica della New Age, disposto a concorrere senza scrupoli al supermarket del sacro e a competere con altri messaggi di salvezza a colpi di workshop e manuali di benessere. Ecco, sono tali caratteri, opposti ma complementari, che lasciano presagire, al di là dei boom di facciata, come il Dio narrato nella Bibbia, nel Talmud, nel Corano, stia vivendo con giustificata apprensione il suo fragoroso ritorno sulla scena pubblica. Fino a rendere legittimo chiedersi se sia un ritorno dopo la parentesi della secolarizzazione (Habermas parla di società postsecolare), o se non si tratti piuttosto dello stadio finale della religione. In tale chiave, almeno da noi, più che sparire dalla scena, essa sarebbe invece ridotta a mero prodotto di consumo: un orizzonte che, se confermato, potrebbe alla fine trasformare l’acclamata rivincita di Dio in un’autentica, e amara, vittoria di Pirro.
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