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A scuola e oltre Marzo 2008

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Rita Vittori  Ragazze e ragazzi

Mi vergogno perché sono grassa!

di Rita Vittori

In un discorso che cerchi di guardare alle tendenze in atto nella nostra società, non si può non notare che anche il corpo dei bambini e delle bambine, come scritto lo scorso mese, stia assumendo sempre più connotati erotici, un tempo appartenenti alla «adultità». Corpi che diventano sempre più forme di comunicazione sociale e simbolica, facendone un campo semiotico e sociologico. Il corpo diventa la manifestazione visibile di proclami culturali, ma anche di forma di disagio che chiedono spazi di ascolto e risposte a livello educativo.

Un corpo da abitare

Nella nostra società il corpo, soprattutto femminile, non è nascosto certamente da un burka o da lunghe vesti, anzi viene mostrato in qualsiasi stagione non solo per essere oggetto di sguardi altrui, ma anche essere oggetto del proprio sguardo. E non possiamo dimenticare che questi sguardi, il proprio e l’altrui posseggono una lente culturale che decide quale forma debba essere considerata «normale» o «perfetta». Da adulti si ricorre sempre più alla chirurgia estetica per modificare la propria forma aderendo a modelli indicati da una società che sta sempre più smaterializzandosi e tipizzandosi; ma ciò che da adulti diventa poi azione ha radici nell’infanzia. E il peso corporeo sta ormai assumendo anche nelle bambine una tale importanza fino ad alterare la percezione del proprio corpo, che agli occhi degli altri risulta magro, agli occhi di chi lo abita invece sembra comunque sempre grasso.

È indubbio che nella nostra società i corpi esibiti soprattutto sulle scene dei giornali o del cinema o televisione sono magri: questo ormai è quasi un luogo comune. Si tende ad imputare tutta la responsabilità di forme patologiche legate all’assunzione del cibo (quali l’anoressia e la bulimia), a questi modelli mediatici che abitano le nostre case dalle pagine dei giornali e dagli schermi. L’influenza di tali immagini è senza dubbio importante, ma esistono anche motivazioni più profonde altrettanto rilevanti: il cibo, anche se offerto superbamente nei nostri supermercati, una volta ingerito tende ad essere risignificato negativamente. Forse si possono azzardare altre significati simbolici, laddove c’è il confine tra l’esterno (l’ambiente, la società, i modelli culturali) e l’interno (l’interiore, l’inconscio, gli aspetti della personalità, i vissuti emotivi.)

In una società dell’abbondanza, o della presunta tale, dove ciascuno di noi è circondato e a volte soffocato dagli oggetti, dai colori, da ogni sorta di stimoli, la personalità cerca di fare resistenza in due modi opposti: o si cerca di smaterializzarsi o al contrario di aumentare il proprio volume per non essere sommersi dal «troppo» che ci circonda. Il peso e lo spessore corporeo possono certamente essere percepiti come le pareti che mettono in comunicazione i vissuti percepiti all’interno e le esperienze percepite come esterne. Da alcune ricerche emerge come in alcuni la mancata percezione della propria magrezza venga verbalizzata come «voglia di scomparire», quasi a dimostrare il peso di un «fuori» le cui aspettative fungono da macigni che schiacciano la personalità. Per contro la mancata percezione del limite della quantità di cibo da ingerire, che porta o all’obesità o alla bulimia, può essere vista come una denuncia di modelli consumistici esasperati, dove si esiste solo come consumatori illimitati.

Il corpo diventa il luogo simbolico in cui si giocano le forme di adattamento al contesto sociale: può essere un corpo magro che esprime l’estremo controllo che la persona ha sul cibo (a livello simbolico è l’elemento esterno che entra dentro si sé) oppure uno grasso che usa il cibo per riempire un interno che rimane sempre vuoto.

Dietro questi atteggiamenti troviamo la stessa motivazione: l’incapacità a digerire il «troppo». Il nostro corpo diventa come una pelle esterna che traspira le esperienze esterne e può digerirle, espellerle, o ingurgitarle ossessivamente per farle proprie.

L’ansia è la loro radice comune.

L’ansia di non esistere

Una delle forme di ansia che si sta radicando sempre di più è quella della paura di non esistere per gli altri se non si assume la forma «perfetta», quella che si pensa essere l’immagine che agli altri è più gradita. Lo sguardo esterno (come il Grande Fratello) è lì, invisibile ad osservare e a giudicare se la nostra apparenza è degna di essere vista, guardata, notata. Mentre un tempo dietro le forme di disagio della personalità c’era il senso d’inadeguatezza, oggi viene verbalizzata una forma più profonda di dolore: se non sono come gli altri mi vogliono, non mi notano e quindi non esisto.

La nostra società basata sulla predominanza dell’immagine si sta radicando in ciascuno di noi, per cui molti bambini basano la loro esistenza sull’essere visti, guardati: la cura della loro immagine diventa poco per volta un aspetto di primaria importanza nella loro vita.

È ovvio che il gruppo dei pari utilizza tutti i luoghi comuni circolanti all’esterno come modalità comunicativa al suo interno: una delle forme più usate di scherno è proprio dire agli altri di essere grassi o che la firma indossata non è certo cool.

Nel tempo allora si acquisisce una particolare sensibilità al giudizio degli altri, soprattutto rispetto al proprio modo di vestire, a come gli altri vedono la nostra immagine. Il peso in tutto ciò, come si suol dire, avrà un peso sempre maggiore. L’immagine che gli altri rimandano di me, dicendomi che sono grassa, sarà l’unico elemento di valutazione nei miei confronti. Anche se lo specchio mi restituisce un’immagine diversa, mi vedrò con gli occhi degli altri.

Ne consegue una distorsione percettiva, che nel tempo ottunde completamente la capacità di osservazione che confronta le nostre credenze con la realtà esterna: la nostra percezione spesso si adatta all’immagine che gli altri ci restituiscono.

Normalmente i genitori sono molto spaventati da questa possibilità e ogni volta che accade che il proprio figlio/a sia oggetto di prese in giro sull’aspetto fisico o altro, reagiscono cercando di proteggerli da queste esperienze. Le conseguenze è che molte bambine diventano ipersensibili a ogni commento su di sé, con reazioni emotive molto forti, che impediscono loro di reagire anche ribellandosi a questi giudizi esterni, ma a volte rivolgendo verso se stesse quella aggressività che si trasforma in depressione o altro.

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