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Il resto del mondo Marzo 2008

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   La scuola degli altri

La scuola nella Corea del Sud

di Stefano Vecchia

La Corea del Sud è oggi uno dei paesi più sviluppati e a più alto reddito procapite del continente asiatico. Tuttavia proprio qui più che altrove si evidenzia il divario tra un’educazione che ancora risente di tradizioni e consuetudini e le necessità del mercato del lavoro, oltre che del ruolo internazionale del paese. Necessità d’istruzione (di un paese che fino agli anni Cinquanta era da questo punto di vista arretrato), visione confuciana della società e dei rapporti interpersonali, necessità di controllo politico risultano determinanti nell’orizzonte educativo attuale. Che inoltre si  confronta inevitabilmente con il vicino Giappone da un lato e con gli Stati Uniti dall’altro: paesi che in modo diverso hanno avuto un forte impatto sulla sua storia e che oggi ne influenzano e spesso ne determinano le scelte. La difficoltà dei rapporti con l’antico colonizzatore ed eterno rivale giapponese, ancora oggi di gran lunga economicamente superiore alla Corea del Sud, come pure dell’alleato americano, che sul suolo sudcoreano dispone di varie basi militari, sono una costante negli ultimi quarant’anni: le scelte in campo educativo risentono di questa ambiguità e di una mancanza di un modello coerente con la storia e con le aspettative del paese.

Mentre molte aziende sudcoreane, in particolare nei settori ad alta tecnologia, vanno imponendosi sui mercati mondiali, la stessa tecnologia e le innovazioni conseguenti non hanno lo stesso impatto sulla crescita culturale e sociale del paese. Ad esempio, sempre più si fa sentire la mancanza di uno stretto collegamento tra università, aziende e governo. Una competizione concreta nei settori dei servizi sembra altresì indispensabile per la diffusione delle nuove tecnologie. L’innovazione richiede anzitutto politiche che assicurino un flusso costante di risorse umane di alto livello attraverso una riforma dell’educazione universitaria. Questo richiede una ristrutturazione delle università sudcoreane attraverso competizione e deregolamentazione, come pure adeguate risorse finanziarie per migliorarne la qualità.

Il sistema educativo sudcoreano

L’università si situa alla fine di un percorso di studi medi che complessivamente è il più creativo del curriculum studentesco. Il sistema educativo sudcoreano è centrato su 6 anni di elementari, 3 di scuola media inferiore e 4 di scuola media superiore (college). Un sistema di tipo americano che deriva dal forte impegno Usa nell’istruzione come parte del sostegno alla ricostruzione del paese dopo il secondo conflitto mondiale.

Questa situazione è un risultato della «politica di standardizzazione» dagli anni Sessanta agli anni Ottanta del secolo scorso, che ancora oggi - insieme ad altri tratti essenziali - determina le caratteristiche dell’educazione formale sudcoreana, in cui il governo di Seoul ha investito nel 2005 il 16,5% del proprio bilancio.

Fino agli anni Sessanta, la Corea era un paese che a fatica poteva consentire ai suoi cittadini di accedere ai livelli di studi intermedi. Le medie inferiori non erano obbligatorie e il loro accesso era regolato da un sistema di esami altamente competitivo che includeva anche i corsi di sostegno che spesso distraevano i docenti migliori dai loro compiti primari. Inoltre era un sistema assai dispendioso per le famiglie, che cercavano in ogni modo di assicurare ai propri figli l’accesso alle scuole più prestigiose.

Dal 1969 fu avviata una drastica riforma che abolì gli esami di accesso alle scuole medie inferiori, sostituiti da una lotteria, mentre molte delle scuole di miglior livello preferirono riciclarsi in medie superiori e rendersi disponibili a un ceto più abbiente. Ancora una volta intervenne il governo, abolendo le prove di accesso alle medie superiori. Solo allora - con parecchie resistenze ed eccezioni, soprattutto nelle aree rurali - la situazione cominciò a stabilizzarsi, per arrivare infine a completarsi quando venne garantito a tutti coloro che lo volessero di accedere ai due gradi delle medie. Proprio in questa fascia si situa il maggiore impegno per gli studenti sudcoreani, dopo le elementari, che sono un momento di crescita e di affermazione di individualità unico. La giornata-tipo dello studente delle medie superiori inizia alle 6 del mattino per permettergli - dopo un eventuale ripasso - di arrivare in aula alle 8 dove le lezioni iniziano in realtà verso le 9 per protrarsi fino alle 16. Corsi complementari fino alle 18 sono la norma e la giornata termina abitualmente con altro studio a casa dopocena e fino - in media - alle 22.

Un’altra caratteristica delle superiori in Corea del Sud è che in questo ciclo di studi si situa il servizio militare, che coinvolge gli studenti delle seconde e terze classi. Questo fa sì che l’età di chi frequenta le ultime classi possa essere anche molto differenziata, con conseguenti difficoltà di adattamento e di rendimento.

La Corea del Sud Paese è oggi un paese aperto all’esterno, ma con una forte connotazione nazionalista: per diverse materie d’insegnamento (ad esempio etica e storia), i soli testi disponibili sono quelli predisposti dal ministero dell’educazione. Un fatto questo che viene da tempo stigmatizzato dai movimenti per i diritti civili e dalle associazioni degli insegnanti.

Altro elemento è la standardizzazione della lingua coreana e in particolare l’utilizzo dell’alfabeto Hangul che ha ormai di fatto sostituito (anche qui in contrasto con il Giappone) l’uso degli ideogrammi cinesi un tempo utilizzati per scrivere una lingua assai diversa come caratteristiche da quella di Confucio.

Lingua coreana, inglese e matematica sono oggi alla base dei test di accesso all’università. L’accento viene posto (come in buona parte dell’Estremo Oriente) sull’omogeneizzazione culturale e sull’orientamento verso obiettivi (educativi, professionali, economici) guidati e strumentali. Si tratta di una necessità in realtà nazionali povere di risorse e che oggi si trovano a fronteggiare una forte competizione internazionale, ma anche un retaggio confuciano e nazionalista che raramente scende a patti con le necessità individuali, in parte compensate dalle ampie possibilità di studi e lavoro all’estero, facilitate per chi conosca bene una lingua straniera. In Corea del Sud l’inglese è insegnato dalle medie inferiori come prima lingua straniera, affiancato nelle secondarie superiori da un’altra lingua (sovente il francese per le femmine e il tedesco per i maschi, mentre guadagna terreno il cinese).


L’inferno degli esami

Con la riforma della fine degli anni Ottanta, molte scuole un tempo prestigiose sono scomparse, mentre altri e più elitari attori entravano sulla scena: l’Università di Seoul, l’Università Yonsei e la Koryo. Il Soomkyung della capitale, erede di un’antica scuola imperiale, è il maggiore ateneo femminile, mentre la Sogang di Seoul, avviata e ancora oggi diretta dai gesuiti, è un’altra istituzione di punta, riferimento del mondo cattolico (che ha in Corea del Sud una delle roccaforti dell’Asia). L’annuale «guerra degli esami» divenne «l’inferno degli esami» per chi aspirasse ad accedere all’università. La pressione psicologica sugli studenti e quella finanziaria sulle famiglie divenne insostenibile. Occorreva correre ai ripari e questo venne fatto con la proibizione dei corsi di recupero, di lezioni extracurricolari, del ricorso a insegnanti di sostegno… ma anche con il tacito mantenimento dei corsi per coloro che venivano (e vengono) respinti agli esami e che aspirano a una seconda possibilità.
Oggi l’esame di accesso all’università è una strettoia da cui passano (o cercano di passare) la maggior parte degli studenti che terminano il ciclo di secondo livello. La competizione, in particolare per le università migliori, è forte, pur senza arrivare al parossismo del Giappone. In Corea del Sud, l’unico vero esame è quello che consente l’accesso all’università e spesso l’unico vero «rito di passaggio» per i giovani sudcoreani.

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