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Il resto del mondo Marzo 2008

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In ricordo di Kebe Peinda Gotha, figura di una martire moderna

di Andrea Raza

Il video di quella donna che si dava fuoco davanti al Campidoglio a Roma in segno di protesta è apparso presto su numerosi siti web e televisioni e - come avviene di consueto secondo gli schemi che regolano la comunicazione moderna - tanto ha colpito l’osservatore al momento della visione, tanto rapidamente è stato dimenticato. Azioni di questo tipo suscitano una morbosità che non porta quasi mai all’approfondimento e scuotono solo superficialmente per la loro crudezza. Ma cosa c’è dietro simili eventi? E cosa viene dopo?

Ebbene, quella donna, che si chiamava Kebe Peinda Gotha, dopo tre settimane di agonia ha perso la vita. In pochi si sono interessati alla sua sorte. In pochi si sono interrogati sui motivi che hanno spinto Peinda a compiere un atto tanto estremo. In pochi, infine, ci hanno raccontato la storia di una donna che ha sacrificato la sua vita per un ideale. Tuttavia ogni episodio scaturisce da cause da cui non si può prescindere.

Kebe Peinda Gotha, di origine senegalese, aveva 41 anni e da molto tempo si dedicava all’attivismo politico a sostegno degli immigrati in Italia e soprattutto nella realtà bresciana, dove risiedeva col marito e i tre figli. Chi l’ha conosciuta ne parla come di una donna combattiva e risoluta, con idee chiare e una gran voglia di far sentire la propria voce e di difendere i diritti di tutta la popolazione immigrata presente nel nostro paese. Una personalità di grande carattere e passionalità, al punto da spingerla a compiere un atto di sacrificio. Una martire dei giorni nostri con in mente un ideale di uguaglianza e di giustizia; una donna, una madre che non ha potuto sopportare le ipocrisie della nostra società e che, dopo aver visto i propri sforzi e le proprie sofferenze vanificarsi, dev’essersi sentita talmente sola e abbandonata da non poter sopportare di rimanere su questa terra più a lungo. Nemmeno l’amore per i suoi figli ha saputo alleviare una ferita causata da un oltraggio al suo forte senso di responsabilità civile. Anzi, proprio di fronte al marito e agli stessi figli aveva inizialmente minacciato di togliersi la vita, volendosi gettare da una rampa di scale. L’atto di protesta era scaturito dopo che la sua richiesta di incontrare il capo di Stato del Senegal Abdoulaye Wade, in visita in quei giorni nella capitale italiana, era stata rifiutata. Fermata in tempo dalle forze dell’ordine presenti sul luogo, Kebe Peinda Gotha non si è tuttavia arresa e, allontanatasi dalla piazza, vi ha fatto ritorno un’ora dopo dove, completamente cosparsa di benzina, si è improvvisamente data fuoco. Inutile il tentativo di salvarla. Le ustioni avevano coperto il 70 per cento del suo corpo e, dopo un delicato intervento chirurgico, lo scorso 31 dicembre Kebe Peinda Gotha ha cessato di vivere.

Morire per un’ideologia, perdere la propria vita in segno di protesta. Si potrebbe pensare a gesti eroico-romantici di altri tempi, che sembrano quasi spaventare in una società come la nostra, abituata ad arrendersi davanti agli ostacoli, sempre più vuota di ideali e disinteressata a ciò che rappresentano la politica e i principi di uguaglianza dell’uomo, per cui tante lotte sono state fatte in passato. Eppure c’è ancora chi si sacrifica per dei principi che valgono più della propria vita e col suo gesto chiede semplicemente di essere ascoltato e non dimenticato. Facciamolo: non dimentichiamo Kebe Peinda Gotha, ascoltiamo il suo messaggio e portiamo avanti quell’ideale per cui lei ha offerto la sua vita.

 

©Cem Mondialità

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