A scuola e oltre Novembre 2008
In cerca di futuro
L’intercultura nello spogliatoio...
di Davide Zoletto
Un insegnante di ginnastica racconta delle difficoltà che incontra con un ragazzino italiano che non vuole andare in piscina con la sua classe perché si vergogna a mettersi in costume. Un’altra insegnante fatica a gestire la situazione di due ragazzine bengalesi che non vogliono mettersi in tuta per andare in palestra. Allievi italiani, allievi stranieri, il problema è comunque il corpo: non abbastanza magro, non abbastanza coperto…
Il fatto è che, nel modo in cui viviamo i nostri corpi, molto ha a che fare con il contesto sociale e con la cultura. Studiose come la turca Sheyla Benhabib e la bengalese Gayatri Chakravorty Spivak hanno scritto che le culture umane sono in fondo altrettanti modi di controllare il corpo. Il modo in cui camminiamo, sediamo, restiamo in piedi, guardiamo il corpo nostro e altrui, in pubblico e in privato, non dipende da qualche caratteristica naturale, non è universale. Dipende piuttosto dai modelli di «corpo» che impariamo a seguire, dal modo in cui ciascuno/a di noi impara, fin da piccolo/a, a gestire il corpo, dipende cioè dal modo in cui, fin da piccolo/a, guarda gli altri, vive con loro, è accudito e accompagnato. E dipende oggi dal modo in cui i corpi vengono mostrati in televisione o in rete. Il corpo che impariamo a gestire è fin da subito un corpo maschile o femminile, e imparare a gestirlo in un modo o in un altro equivale a imparare a gestire in un modo o in un altro il rapporto fra i sessi. Un rapporto che, nella maggior parte dei gruppi umani, sia a occidente sia a oriente, è improntato a un rigido controllo da parte degli uomini sulle donne, sui loro corpi.
Alcuni esempi li troviamo nel volume dell’antropologa Aihwa Ong [1], che parla di come i rifugiati cambogiani vengano «addestrati» a diventare cittadini statunitensi, in particolare del modo in cui le donne cambogiane sono costrette a disimparare il modo «cambogiano» di trattare il proprio corpo per adeguarsi a un nuovo modo «occidentale». Ong accompagna il lettore nei consultori, o a una visita ginecologica, o semplicemente nelle case, dove ragazzi e ragazze cambogiane guardano la televisione: e ci mostra come poco a poco tutto cambi nel loro modo di gestire il corpo…
Quali parti del corpo maschile e femminile si possono mostrare in pubblico: occhi, volto, mani, braccia, piedi, gambe o petto? E che cosa vuol dire «in pubblico»? Dove passa il confine che lo separa dallo spazio privato? Come cambiano lo spazio pubblico e privato a seconda che siano presenti solo uomini, solo donne, o uomini e donne insieme? E che cosa accade a quei corpi (e a quelle relazioni) che non si riconoscono nelle definizioni «accettate», «normali», di maschile e femminile?
Sono queste le domande che emergono se guardiamo all’intercultura a partire dalla palestra, dalla piscina o dallo spogliatoio. In questi contesti il corpo è protagonista, e con il corpo emergono molti dei pregiudizi più duri, che non dipendono solo dalla cultura o dalla provenienza degli allievi e delle allieve. Per sentirsi sbagliati, infatti, non serve a volte venire da lontano: basta avere un corpo diverso da quello degli altri.
Ecco una sfida per i nostri percorsi di educazione interculturale: lavorare perché i luoghi in cui il corpo è protagonista non accentuino le differenze o amplifichino i pregiudizi, ma diventino contesti in cui possa crescere un senso di appartenenza per tutti. In un recente volume Fabio Caon e Vinicio Ongini [2] ci mostrano come una palestra o un campo da gioco possono unire e non dividere. E forniscono spunti preziosi anche per altri sport e contesti…
©Cem Mondialità
[1] A. Ong, Da rifugiati a cittadini. Pratiche di governo nella nuova America, Raffaello Cortina, Milano 2005. Cfr. CEM Mondialità, giugno-luglio 2008, p. 12.
[2] F. Caon, V. Ongini L’intercultura nel pallone. Italiano L2 e integrazione attraverso il gioco del calcio, Sinnos, Roma 2008.
In cerca di futuro