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A scuola e oltre Novembre 2008

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Lucrezia Pedrali  Che aria tira a scuola

Un luogo di pari opportunità per tutti

Lucrezia Pedrali

La scuola è tornata ad essere al centro dell’interesse di tutti e questo è forse il solo merito degli sciagurati improvvidi provvedimenti assunti dal ministro Gelmini per conto del governo della Repubblica.

Si è generato, intorno alla riforma della scuola, uno pseudodibattito mediatico, asfissiante per pochezza argomentativa e noioso nella ripetitività delle valutazioni. L’impressione è che le parti politiche siano impegnate nel gioco della difesa d’ufficio di tesi precostituite e contrapposte, mentre della scuola reale, quella incarnata da milioni di ragazzi e di insegnanti e dalle loro famiglie, si sta facendo scempio.

Riccardo Massa, in un libro di qualche anno [1] fa, scriveva: «Per poter cambiare la scuola, come per poter operare qualunque cambiamento, occorre per prima cosa, aldilà dei soliti discorsi di carattere politico e istituzionale, un esercizio di pensiero. Solo attraverso il pensiero è possibile generare qualcosa di pratico e di concreto. La scuola chiede di essere ricreata e rigenerata, non semplicemente abolita o rinnovata». Credo che l’affermazione centrale della citazione che si riferisce all’esercizio di pensiero sia proprio l’elemento assente nell’attuale proposta di riforma e, almeno in parte, anche nel dibattito che sta accompagnando i provvedimenti. Che la scuola necessiti di cambiamenti è sotto gli occhi di tutti, che la forma scuola, così come storicamente ci è stata consegnata, sia in crisi è altrettanto evidente, ma anziché ricercare nuovi luoghi e temi per l’esercizio di pensiero, si sta istituzionalizzando la disfunzione e l’insignificanza e si cerca di reiterare un modello repressivo e rassicurante nel quale, compito principale dell’istituzione, diventa il controllo sociale. Si configura così il vero significato di questa riforma: non è la qualità della formazione-istruzione che conta (a quella provvederanno individualmente e a costi di mercato le famiglie e in contesti differenti dalla scuola pubblica), bensì il contenimento apparente delle tensioni e delle attese delle future generazioni e nella riduzione della pluralità sociale e culturale ad una presunta e tranquillizzante normalità. Non c’è traccia di pensiero rispetto ai soggetti deboli, a quelli che non se la cavano, agli adolescenti in difficoltà, non c’è traccia di pensiero intorno al tema della possibilità di generare dentro la scuola conoscenza, autonomia, libertà, cittadinanza, non sono presi in considerazione gli analfabetismi culturali e sentimentali che caratterizzano il nostro tempo.  

Il paradosso, farsesco nella proposizione e tragico negli esiti, è che proprio la scuola più attenta e da tempo impegnata nella riflessione su questi temi cruciali, la scuola primaria, sarà ricondotta al passato sull’onda di considerazioni nostalgiche e insensate. La scuola del tempo pieno e dell’accoglienza, quella nata da un pensiero pedagogico e da intenzionalità educative esplicitate, è stata, ed è ancora oggi, un campo di intuizioni e di innovazioni, di buone pratiche e di bellezza. Ciò, dove è avvenuto, è stato possibile grazie all’interazione fra persone diverse impegnate in uno stesso progetto, in una ricerca comune generata dal rapporto continuo e fecondo con i bambini e le bambine e le loro famiglie.

La domanda è banale, ma inevitabile: perché distruggerla?

Evidentemente la risposta è altrettanto banale, ma così dolorosamente insopportabile da indignare e da impegnare moralmente tutti coloro che ancora hanno passione per la scuola a non cedere sul principio fondamentale garantito dalla Costituzione: la scuola deve continuare ad essere e diventare sempre più luogo di pari opportunità per tutti.

©Cem Mondialità


[1] R. Massa, Cambiare la scuola, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 10.

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