A scuola e oltre Ottobre 2008
Bambine e Bambini
La vendetta dell’identità
di Rita Vittori
Mentre i filosofi, gli psicologi, i pedagogisti elaborano concetti sempre più sofisticati rispetto alla personalità contemporanea, sottolineando come stia modificandosi la visione della stessa natura umana, viste le frontiere delle scienze che stanno inoltrandosi nei segreti della vita, in politica e sui giornali assistiamo al ritorno di temi che sembravano spariti. Uno dei temi che sta tornando alla ribalta è quello dell’«identità» etnica nella sua versione più pericolosa. Infatti la campagna mediatica contro i gruppi Rom presenti in Italia ha rappresentato un segnale inquietante rispetto al potere dei mezzi d’informazione sugli atteggiamenti collettivi. Infatti abbiamo purtroppo assistito alla recrudescenza di comportamenti discriminatori contro una popolazione per il solo fatto di avere una specifica appartenenza etnica. Non basta. Ormai da tempo sempre più spesso sulla bocca di molte persone compaiono definizioni come questa «è /non è italiano», e tale confine sembra determinare in una grande parte del paese chi può accedere ai diritti sanciti dalla Costituzione italiana. In nome di una presunta identità religiosa, etnica, nazionale si continuano a commettere atrocità senza che ciò susciti scandalo.
I pezzi dell'identità
Amin Maalouf, nelle prime pagine di un suo piccolo saggio [1] sul tema dell’identità, racconta: «Da quando ho lasciato il Libano nel 1976 per trasferirmi in Francia, mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi più francese o più libanese. Rispondo invariabilmente: “L’uno e l’altro” … Metà francese e metà libanese? Niente affatto. L’identità non si suddivide in compartimenti stagni, non si ripartisce né in metà, né in terzi. Non ho parecchie identità, ne ho una sola, fatta di tutti gli elementi che l’hanno plasmata, secondo un dosaggio particolare che non è mai lo stesso da persona a persona» (pp.11-12). Queste parole illustrano bene alcuni stereotipi sull’identità. Invece che un poliedro in continua evoluzione, sembra un quadro già definito, dove i vari settori sembrano incastrati fino a comporre un puzzle immodificabile. Anche nella scuola questo linguaggio ricorre spesso quando si parla degli alunni stranieri che vengono continuamente definiti dalla nazionalità di provenienza: l’alunna rumena, quello marocchino, l’albanese, i cinesi… come se la nazionalità di provenienza diventasse l’unico elemento caratterizzante quella data persona.
Quando si parla di identità, invece, viene spontaneo definirla come tutti quegli elementi che rendono una persona diversa da tutte le altre. Molti di questi elementi sono in comune con altri: il sesso, la lingua, la religione, la professione, le scelte politiche, l’appartenenza ad una famiglia, le scelte sessuali, ecc. Ma, come avverte Maalouf, la lista potrebbe essere più lunga: si può sentire forte l’appartenenza ad una regione o ad un paese, oppure ad una squadra di calcio o ad un modo di alimentarsi, o ancora ad un sindacato… E questa lista è virtualmente illimitata, in quanto i gruppi che frequentiamo sono innumerevoli, e ciascuno influisce su di noi con le sue credenze, valori, pregiudizi con tracce a volte più evidenti, altre volte più soffuse…
Ma quello che è importante è che queste appartenenze non hanno tutte la stessa importanza: alcune vengono alla ribalta, altre rimangono nell’ombra fino a quando il contesto storico non le mette in evidenza. Prendiamo il caso di un serbo in un caffè di Sarajevo. Negli anni 1980 l’uomo si sarebbe presentato dicendo «sono jugoslavo», poi avrebbe precisato di abitare nella Repubblica federata di Bosnia-Erzegovina. Dopo 12 anni, mentre la guerra imperversava, avrebbe certamente risposto in un altro modo: «Sono musulmano». Oggi, probabilmente, si dichiarerebbe prima bosniaco, poi musulmano; ma ci tiene anche a dire che il suo paese fa parte dell’Europa.
«Come vorrà definirsi lo stesso personaggio, incontrato nello stesso posto tra vent’anni? - continua Maalouf - quale delle sue appartenenze metterà al primo posto? Europea? Musulmana? Bosniaca? Diversa ancora? Balcanica forse?» [2].
Possiamo dunque asserire che gli aspetti che costituiscono l’identità di ciascuno e che sono importanti si riferiscono certamente alla lingua, al colore della pelle, alla nazionalità, alla classe sociale o alla religione. Tra esse esiste una determinata gerarchia, che però si modifica nel tempo a seconda del contesto, e che a sua volta modifica profondamente la percezione che la persona ha di sé. Ma soprattutto, quando è un aspetto particolare ad essere oggetto di discriminazione o causa di conflitto, esso prevarrà sia agli occhi degli altri sia ai propri. Prendiamo il caso di un bambino nato in Italia da genitori marocchini. Per lui questo aspetto specifico (provenire dal Marocco) può avere un’ importanza minore del suo essere ad esempio il figlio maggiore; ma nel momento in cui entra a scuola o frequenta altri ambienti l’appartenenza che gli altri gli rimandano è di non essere italiano, ma marocchino. Da alcuni si sentirà emarginato, da altri accettato, da altri tollerato, ma comunque «marocchino», anche se non ha mai vissuto in quel paese. A causa di un contesto sociale che cerca di mantenere gli stranieri in una condizione di subalternità egli avvertirà questo aspetto della sua identità come prioritario rispetto agli altri, non perché lui lo ritenga tale, bensì perché si trova definito dallo sguardo degli altri. Ma questo discorso vale per ogni differenza che ci restituisca la nostra unicità.
«Gli altri gli fanno sentire, con le loro parole, con i loro sguardi, che è povero, che è zoppo, o piccolo di statura, o spilungone, o troppo scuro, o troppo biondo, o circonciso, o incirconciso, o orfano - le innumerevoli differenze, minime o fondamentali, che tracciano i contorni di ogni personalità, forgiano i comportamenti, le opinioni, i timori, le ambizioni, che spesso risultano formatrici in sommo grado ma che talvolta feriscono per sempre» [3].
©Cem Mondialità
[1] Maalouf A., L’identità, Bompiani, Milano 2005.
[2] Maalouf A., op. cit., p. 20.
[3] Maalouf A., op. cit., p. 30.
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