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A scuola e oltre Ottobre 2008

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Davide Zoletto  In cerca di futuro

I pidocchi plurilingui...

di Davide Zoletto

La biopolitica è sempre stata legata al tema della salute, soprattutto a quello della «sanità pubblica», ovvero a quell’ambito della medicina che si occupa di monitorare e orientare gli stili di vita dei cittadini. La sanità pubblica come oggi la conosciamo deve moltissimo alla cosiddetta «polizia medica» che si è diffusa in Europa verso la fine del 1700. La polizia medica era lo strumento mediante il quale il sovrano cominciava in quell’epoca a farsi carico della «felicità» dei suoi sudditi tutelandone la salute. Si trattava di controllare come vivevano i sudditi (di qui il nome «polizia») e di «imporre» loro dei modi di vivere che essi non potevano seguire perché «ignoranti» o preda di una visione superstiziosa della vita: si cominciò così a introdurre tutta una serie di pratiche quotidiane (come per esempio le più basilari norme igieniche) o straordinarie (come le vaccinazioni), che - evolutesi e arricchitesi poi col tempo - servivano ieri e servono oggi a salvaguardare la salute di tutti noi.

Successi e ambiguità della «polizia medica»

È certo una fortuna che la polizia medica sia stata inventata, perché ci ha permesso di debellare (almeno nei paesi più ricchi del nord del mondo) molte malattie e di allungare e migliorare le nostre condizioni di vita (pensiamo all’esempio della vaccinazione antivaiolosa, a cui senz’altro i sudditi dell’Ottocento avrebbero voluto sottrarsi, ma che ha permesso di debellare completamente una malattia che prima di allora mieteva moltissime vittime). Tuttavia, insieme a questi fondamentali passi avanti, la «sanità pubblica» ha portato con sé almeno due caratteristiche un po’ più ambigue: da un lato, un’immagine delle persone come appunto «sudditi» più che «cittadini», ovvero come persone incapaci di decidere da sole in quale modo vivere bene; dall’altro, una tendenza ad invadere sempre di più ogni spazio della nostra vita, anche il più intimo, per controllare, suggerire e spesso imporre il modo di vivere più «sano».

A chi vuol farsi un’idea delle conseguenze di tutto questo sulla nostra vita di oggi segnalo due libri interessanti. Il primo, più generale, si intitola Logica del conflitto (Feltrinelli, 2008) e l’ha scritto, insieme a Angélique del Rey, lo psichiatra e filosofo argentino Miguel Benasayag (diventato famoso anche da noi per il bel libro Le passioni tristi): spaziando dagli screening prenatali ai vari tipi di arteterapia al fitness ai «viaggi di salute», Benasayag ci mostra (soprattutto nel nono capitolo, pp. 161-180) come oggi, proprio in nome della salute, ciascuno di noi si assoggetti per senso del dovere a pratiche che magari non approverebbe o di cui comunque non riesce più a apprezzare la bellezza. Dice Benasayag: ascoltare musica o fare sport «perché fa bene» certo aiuta la nostra salute, ma cambia radicalmente, e non sempre in meglio, il nostro rapporto con una canzone o con una corsa nel parco.

Il secondo libro si intitola Il certificato medico come sevizia (Forum, 2003) e l’ha scritto il medico e antropologo (recentemente scomparso) Giorgio Ferigo. Il certificato di sana e robusta costituzione, il libretto sanitario per gli alimentaristi, i «requisiti visivi» per poter usare armi da fuoco, il certificato medico necessario per poter ottenere la patente di guida: Ferigo analizza tutti questi certificati mostrando come essi siano stati spesso soprattutto un modo per accertarsi che le persone vivessero in modo «normale», e ci invita a riappropriarci come cittadini e come comunità locali di un’idea partecipata e critica di «vita buona» che non sia semplicemente l’applicazione di quanto ci viene suggerito dall’alto.

Interculturalità e pidocchi

Come si collega tutto ciò con l’intercultura? Propongo un esempio quotidiano, di scuola, di cui sono debitore a una collaboratrice scolastica (si può dire ancora bidella?) che ho incontrato durante un corso di aggiornamento a Brescia qualche mese fa. Stavo parlando dell’importanza, per un’educazione interculturale, di dotarsi di materiale informativo plurilingue sul sistema scolastico italiano e sulle caratteristiche del plesso o del circolo, perché i collaboratori scolastici possano distribuirlo già in portineria ai genitori degli allievi stranieri. Il corso di aggiornamento riguardava proprio l’intercultura ed era appunto destinato a bidelli e bidelle, e alcuni di loro mi parlavano delle resistenze e proteste di molti genitori italiani di fronte a questi opuscoli plurilingui («la scuola è italiana...», dicono i genitori, «e gli opuscoli devono essere in italiano... Che gli stranieri lo imparino!»). A quel punto una delle corsiste alza la mano e dice: «vorrei vedere quanti di quei genitori non pretenderebbero invece che gli opuscoli sui pidocchi, quelli sì, siano tradotti nelle lingue dei genitori stranieri!». Ecco, grazie al suo punto di vista di collaboratrice, quella collega aveva colto perfettamente come funziona l’intreccio biopolitica/salute per normalizzare a scuola soprattutto gli stranieri: i pidocchi sarebbero una tipica cosa da stranieri... e quindi gli opuscoli «antipidocchi» riguarderebbero più loro che noi... Ben vengano allora in questo caso le informazioni plurilingui, perché sarebbe in questione la salute dei loro figli (e dei nostri)! So bene che le nostre scuole non cadono in questi errori, ma questo esempio ci ricorda un rischio da cui dobbiamo imparare a guardarci: che la salute pubblica e le doverose misure sanitarie si confondano facilmente con gli stereotipi del razzismo più trito. I pidocchi, in realtà, sono assai meno razzisti di noi, e ben più plurilingui dei nostri fogli informativi...

©Cem Mondialità

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