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I paradossi Ottobre 2008

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Tiziano Tosolini  I paradossi

L’immediatezza del lampo

di Tiziano Tosolini

«Come è ammirevole / Colui che non pensa: / “La vita è effimera” / Vedendo un lampo». Le parole del poeta giapponese Bashō dialogavano nella mia mente con il famoso frammento del filosofo Eraclito: «il fulmine governa ogni cosa». Entrambi i versi nascevano certamente dalla stessa immagine: un cielo buio che d’improvviso si squarciava, si illuminava, e poi altrettanto improvvisamente scompariva in una notte ancor più profonda. Ciò che forse li distingueva era l’interpretazione che essi davano al fenomeno: per Bashō l’immediatezza del lampo sembrava rimandare ad una ricchezza di significato che, se trovata, perdurava oltre la vanità delle cose; per Eraclito la forza improvvisa, illuminante del fulmine che in un istante tutto rendeva visibile nella luce più abbagliante sembrava indicare come la nostra vita fosse da sempre un cammino verso quel lògos che rischiara per un attimo le nostre tenebre…

Ora, però, seduto accanto a questa amica giapponese che era venuta a trovarmi, ogni immagine poetica sembrava inabissarsi tra le onde tristi e malinconiche che si agitavano nel nero mare dei suoi occhi. La conoscevo da anni, ma non avevo mai visto quei cupi contorni da donna smarrita, braccata e sola che ora le disegnavano il viso. Al contrario, ogni volta che la incontravo, durante i raduni settimanali di catechesi biblica, mi aveva sempre dato l’impressione che lei, da donna buddhista ormai stanca di non capirne più né i riti né i sutra, stesse aprendosi verso qualcosa di ulteriore, di diverso. Mi raccontava spesso come la sua vita fosse quasi trasformata dalle parole del Vangelo, come le sue giornate ora fossero ritmate non tanto dal pensiero buddhista dell’«impermanenza di tutte le cose», ma dalla celebrazione dell’unicità di questo suo incontro con Dio. Per giungere a questa consapevolezza aveva dovuto superare molte prove. Ora stava riuscendo a togliersi quella maschera che rimaneva impassibile di fronte ad ogni evenienza. Era come se il chiarore di un fulmine le avesse fatto intravedere i paesaggi che la notte celava in sé…

Eppure adesso, la persona quasi tremante che mi sedeva accanto, sembrava aver perso ogni fiducia in se stessa, ogni vigore, ogni entusiasmo. Mi diceva che sua madre, devota buddhista, era morta da poco, e allo straziante dolore per questo evento se ne accompagnava un altro: poco prima di morire le aveva fatto promettere che non avrebbe mai abbandonato la religione della sua famiglia, del suo casato, della sua terra. Il principio confuciano di devozione cieca verso i propri parenti la obbligava ad assecondare quella richiesta, la costringeva moralmente ad ubbidire. «Che cosa farò ora?», mi diceva con voce scossa. «Perché vivere una vita non mia? Perché chiedermi questo sacrificio invece di augurarmi solo di essere a mia volta una buona madre?». Non c’erano risposte a quelle domande. Forse un giorno sarebbe riuscita ad accumulare abbastanza forza dentro di sé per scegliere di essere chi voleva essere. Le dissi che fino a quel giorno l’avrei accompagnata nei miei pensieri e nelle mie preghiere con infinita ammirazione. E quasi d’istinto le recitai lo haiku del poeta Bashō per darle coraggio. Lei sorrise, ma senza gioia. Doveva andare, mi disse, e si scusò di non poter più partecipare agli incontri: doveva pensare alla famiglia, al figlio, alla promessa fatta a sua madre. Un giorno, forse, i nostri sentieri si sarebbero incrociati ancora. Si alzò, e dopo il reciproco inchino di saluto si allontanò confondendosi col crepuscolo della sera. Eppure, prima che scomparisse del tutto, ero certo di aver intravisto come un riflesso illuminarle il viso. Ma non era il bagliore di un lampo o di un fulmine, bensì il luccichio di una lacrima che rigava la sua guancia con le opache tinte di una ormai quasi perduta speranza…

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