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A scuola e oltre Agosto-Settembre 2009

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Gianfranco Zavalloni    Per chi suona la campanella?

Le mappe culturali di ogni insegnante

Gianfranco Zavalloni

In un documento-decalogo, che stilai esattamente tre anni fa insieme ad alcuni colleghi, inserimmo un punto chi riguardava l’importanza, per gli insegnanti, di essere «operatori culturali». Parafrasando un’affermazione di Giovanni XXIII si scrisse: gli insegnanti non sono dei tuttologi, ma devono sapere «dove sta di casa la cultura».

Sono più che mai convinto che l’insegnante abbia un ruolo importante oltre la pur delicata funzione di docente. Cioè l’essere colui che introduce il mondo dell’infanzia e della giovinezza dentro i sistemi formalizzati dell’apprendimento: dallo «scrivere-leggere-far di conto» alle «conoscenze disciplinari», passando attraverso i «cento linguaggi del bambino» e le «intelligenze multiple». Quattro modalità che richiamano quattro approcci usati comunemente nel mondo della scuola. L’insegnante è anche - per eccellenza - un intellettuale (nel senso profondo del termine), una persona che crea reti e divulga cultura. Non deve essere perciò esperto di tutto. Questo è impossibile. Un insegnante dovrebbe, a tal fine, crearsi una propria «mappa culturale». È quello che anch’io, in questi mesi, cerco di fare in Brasile, nella mia esperienza a favore della lingua e cultura italiana.

Piccole strategie, piccoli quaderni per far mappa

Il primo consiglio che suggerisco quando mi trovo a fare una lezione agli insegnanti neo-assunti o al primo collegio docenti, è quello di «farsi un buon quaderno». Suggersico un quaderno di formato ridotto. Non certo i quadernoni formato A4, ma uno dei vecchi quaderni che esistevano prima degli anni ’80. Quelli a righe e quadretti, per intenderci. Oggi poi sono di moda i cosiddetti moleskine… quelli resi famosi da Bruce Chatwin. Il massimo, per l’appunto, è un quaderno con una buona copertina rigida. In questi quaderni (ultimamente ho contato i miei e mi sono reso conto di averne più di cento) io consiglio di appuntare di tutto. Per prima cosa gli incontri con le persone. L’esperienza culturale è fatta anzitutto di storie vive, di persone che hanno un’esperienza, una passione, un mondo da raccontare. Poi è importante contestualizzare dove è avvenuto l’incontro, in quale occasione, in quale luogo. Appuntarsi di cosa questa persona è testimone. Se a me viene consegnato un biglietto da visita (cosa di gran moda in Brasile), lo incollo proprio accanto agli appunti. Questo mi permette di visualizzare subito il contatto, e rende la pagina più viva. Un po’ di appunti scritti a mano, un biglietto da visita e i riferimenti per rintracciare la persona.

Ogni giorno, pian piano, questo quaderno si arricchisce di contatti: uno spettacolo teatrale, un operatore di biblioteca, un membro di un’associazione, l’incontro casuale su un tram o in treno, una ricerca su internet e il successivo contatto… E poi un libro, una rivista, un ritaglio di quotidiano (che per loro conformazione andrebbero buttati la sera stessa). Gradualmente ci si costruisce una propria mappa culturale. Un territorio entro il quale possiamo condurre i ragazzi delle nostre classi e, nel mio caso, i docenti dei miei collegi. Apparentemente un lavoro semplice. Di fatto un lavoro complicato, fatto di attenzioni e a volte di spudorati azzardi. Si tratta di chiedere, essere curiosi, capaci di non fermarsi alle apparenze. Il mio è un invito chiaro a non fermarci solo alla fredda stampata di una pagina in word o ai link di un sito internet. La cultura è fatta prima di tutto di persone vive.

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