A scuola e oltre Aprile 2009
Generazione Y
Studenti e pena di morte
di Stefano Curci
Sul tema studenti e pena di morte mi vengono in mente due riflessioni, su due piani diversi. La prima riflessione, da docente, è che i nostri programmi scolastici potrebbero valorizzare maggiormente gli spunti che sono disponibili nel curricolo sia di filosofia, sia di storia.
Nel primo caso si trascura spesso l’importanza del pensiero di Cesare Beccaria, l’illuminista milanese autore di Dei delitti delle pene (1764), la rivoluzionaria opera in cui si esplicitavano alcuni dei principi fondamentali della nostra cultura giuridica: ad esempio il fatto che le pene devono essere proporzionate al delitto; che esse devono essere «pronte» per essere efficaci e «certe», perché così fanno più paura di quelle crudeli; che la punizione non può essere assimilata al concetto di «espiazione» ma a quello di «educazione» dello stesso reo; che la tortura, oltre ad essere disumana, rischia di incoraggiare l’innocente ad autoaccusarsi per farla finita e rischia parimenti di favorire il colpevole capace di resistere al dolore; e soprattutto che la pena di morte va sempre rifiutata, perché non compatibile con il patto originario che fonda lo Stato, in cui ogni contraente ha affidato all’autorità statale i poteri necessari per difenderlo dalle aggressioni, ma non il potere di togliergli la vita.
Per il curricolo di storia penso ad un evento fondamentale cui non sempre a scuola si dà la giusta rilevanza: infatti il primo Stato al mondo in cui fu abolita la pena di morte è italiano, il Granducato di Toscana, che la abolì nel 1786, ad opera del granduca Pietro Leopoldo, influenzato proprio da Cesare Beccaria. L’occasione di trattare questo tema si perde spesso all’interno dell’argomento del dispotismo illuminato, spesso trattato in modo rapido per dare più spazio all’argomento successivo (l’età delle rivoluzioni). Trovo paradossale che alcuni studenti e docenti siano molto interessati a organizzare dibattiti sui diritti umani ma non pensino a valorizzare questi elementi già a loro disposizione nell’attività quotidiana in classe.
Ma gli studenti sono favorevoli alla pena di morte?
La seconda riflessione che mi viene in mente mi sposta il discorso dalla teoria dei programmi al rapporto degli studenti con i diritti umani e in particolare la pena di morte: un paio di anni fa ci fu un leggero allarme nell’opinione pubblica per quanto riportato dal settimo rapporto Eurispes-Telefono Azzurro, in cui quasi uno su quattro dei ragazzi intervistati si dichiarava favorevole alla pena di morte. In realtà è abbastanza fisiologico che molti giovani esprimano un parere favorevole alla pena di morte, soprattutto in tempi come i nostri, dove l’insicurezza sociale percepita dall’uomo comune è altissima.
Condivido perciò il commento contenuto in una nota della Comunità di Sant’Egidio di qualche anno fa, proprio dopo un’indagine in cui molti giovani erano a favore della pena capitale: «simili risultati dimostrano ancora una volta il ruolo chiave che può svolgere l’informazione nel contribuire a creare tra i giovani una coscienza critica contraria alla pena di morte, un ruolo che oggi è in parte disatteso dai media se si pensa che circa il 70% degli studenti intervistati ha dichiarato di aver sentito parlare poco o per niente della moratoria universale approvata dall’Onu lo scorso 18 dicembre 2007, evento senza precedenti nella lotta mondiale contro la pena di morte».
Parlo di simpatie fisiologiche praticamente inevitabili dei giovani per la pena di morte perché quando c’è un’impressione diffusa di eccessiva presenza di immigrati che non hanno di che vivere e sono pronti a delinquere, quando i reati a sfondo sessuale sembrano in drammatico aumento, quando ogni giorno i mezzi d’informazione sembrano puntare l’indice sul fatto che le persone arrestate restano in carcere poco tempo, è chiaro che i ragazzi - che di solito non hanno tempo e interesse per un esame approfondito delle notizie - sono portati a fare la facile associazione: giustizia più radicale = mondo con meno criminalità. Non aiutano perciò i giornali che titolano «quattro rumeni stuprano un’italiana» e «immigrato indiano picchiato e bruciato» (non «tre italiani picchiano…»), come si legge su più quotidiani sui fatti accaduti tra fine gennaio e inizio febbraio di quest’anno.
Noi educatori dovremmo cercare di incoraggiare nei ragazzi uno sguardo più ampio sui fatti di cronaca, al di là dell’emotività del momento e della facile sintesi dei mezzi di informazione, per una vera pedagogia dei diritti umani. Concordiamo con quanto scritto da Clara Silva nel suo ultimo lavoro: quella dei diritti umani è una prospettiva pedagogica tensionale, che si fonda non su un’idea univoca di individuo, ma su un’idea che tiene conto della fragilità dell’uomo e non dimentica la fiducia nelle sue capacità di riscatto e di emancipazione. La persona soggetto dei diritti umani è un soggetto in carne e ossa, visto nella complessità della sua esperienza e dei rapporti col contesto sociale.
Si tratta, ancora una volta, di ripensare i limiti del potere dello Stato in un’ottica di appartenenza che include l’altro, affinché i diritti umani possano essere accessibili a tutti i membri della comunità. Perciò la Silva propone la metafora del seme e della terra: «democrazia e diritti umani devono procedere di pari passo: se la prima rappresenta il terriccio, i secondi sono il seme che per poter germogliare e trasformarsi in una pianta fruttuosa ha bisogno dell’acqua, cioè dell’educazione. Proseguendo con la nostra metafora, i valori su cui si basa una cultura vengono a svolgere il ruolo di fertilizzante, che consente la crescita di una società democratica. L’educazione, nel suo porsi come sfida rispetto al rischio di una progressiva divaricazione tra diritti umani e diritti di cittadinanza, viene a svolgere a proposito un ruolo decisivo» [1]. Quando parliamo con i ragazzi di diritti umani e di pena di morte dobbiamo tener ben presente che cominciare a non riconoscere i diritti umani per qualche appartenente alla comunità, sia pure un reo, è incamminarsi di nuovo verso quella separazione del binomio appartenenza a una comunità e accesso ai diritti che ha contraddistinto tutte le pagine più nere del XX secolo, segnate dal razzismo e dal mancato rispetto della dignità della persona.
©Cem Mondialità
[1] C. Silva, Pedagogia, intercultura, diritti umani, Carocci, Roma 2008, pp. 108-109.
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